Cronache dal sottosuolo.
Il libro (e il film) che, prima o poi, parla di noi.
“Je suis à la misère ce que cinq heures du soir en hiver sont à l’obscurité: il fait noir mais ce n’est pas encore la nuit.”
(“À pied d’œuvre”, Franck Courtès, ed. Gallimard, 2023)
Di che cosa si può scrivere mentre il mondo sta dando il peggio di sé e presto finirà la benzina o, in alternativa, moriremo tutti? Che senso ha sottoporsi a questa fatica immane e spesso non pagata, e alla frustrazione del vuoto cosmico a cui si affida ogni pagina ottenendo in risposta solo l’eco del ticchettio della tastiera?
Sì, sono in crisi. Ogni parola che digito esce dalle mie dita con una fatica da terapia riabilitativa dopo un attacco ischemico. Niente ha senso. E non ha certo aiutato andare a vedere a scatola chiusa il film di Valérie Donzelli “La mattina scrivo”, attratto da quel titolo che mi continua a suonare grammaticalmente scorretto. Sono strano io?
“La mattina scrivo” (À pied d’œuvre) parla di me. E di uno che conosco. E forse anche di te. E di molti di noi, qui su Substack - no, Selvaggia, no Guia: non di voi - o comunque lo farà, prima o poi, non si scappa. È la storia vera di un tipo di successo e con una bella famiglia, che fa il fotografo per Libération e Le Monde ma, a un certo punto, sull’onda della disillusione da una parte e dell’entusiasmo dall’altra, decide di mollare tutto per mettersi a fare lo scrittore a tempo pieno. Bella pensata! Malgrado i suoi libri vendano migliaia di copie - per molto meno in Italia si finisce in classifica - dopo essere uscito con tre romanzi e una raccolta di racconti per la casa editrice che in Francia pubblica John Grisham (Gruppo Hachette), si riduce a vivere d’espedienti, schiavo di un algoritmo, pur di poter continuare a nutrire questa sua lucida follia che, malgrado la schiena rotta e il cibo di merda che si può permettere, lo fa sentire libero e realizzato. Tutto questo in un paese dove comunque (r)esiste ancora un regime di welfare per i lavori intermittenti, soprattutto in ambito culturale, oltre al salario minimo (SMIC), al reddito di cittadinanza (RSA) e agli assegni familiari (CAF).
Ora torniamo in Italia, perché vi voglio raccontare la storia vera di un altro uomo di successo, per fortuna senza figli e con il mutuo già estinto, che alla soglia dei sessant’anni decide di smettere di appaltare i suoi neuroni al Lato Oscuro della Forza e mettersi in pericolo. Era un’occupazione tremendamente ben pagata, la sua, ma totalizzante: non gli lasciava né il tempo né le energie per scrivere altro. Lo sconfortava la crescente mancanza di senso in ciò che era costretto a produrre, mentre intorno a lui il mondo sembrava aver bisogno di tutt’altro. Le esigenze di sintesi dettate dai tempi rapidi del mezzo e la semplificazione necessaria a comunicare con un pubblico vasto - maledetta tv commerciale! - stavano impoverendo il suo linguaggio. E i fumi della senescenza avrebbero presto obnubilato quel poco che restava della sua mente esausta. Così, dopo anni di quella vita, decide di non rinnovare il contratto con la più grande media company italiana. E vedere l’effetto che fa. Ha qualche risparmio per sopravvivere un paio d’anni senza stravizi e molte cose da scrivere: terabyte di files nel suo computer, elaborati con programmi ormai obsoleti, soggetti mai presentati, appunti incomprensibili, racconti abortiti, trattamenti rifiutati, sketch scartati, idee appena abbozzate ma promettenti, incipit di romanzi, capitoli interi senza capo né coda e titoli efficacissimi ma inutili. Ha molto da dire, d’accordo, ma non ha ancora nessuno che lo stia ad ascoltare. Finché, quasi per caso, non viene a sapere dell’esistenza di Substack e malgrado avesse giurato a sé stesso, molto tempo prima, che non si sarebbe mai arreso alle reti sociali, comincia a riordinare, aggiornare, riscrivere e pubblicare trentacinque anni e spiccioli di onanismo creativo, solipsistico e ombelicale, sperando che lì fuori, da qualche parte nel cyberspazio, ci fosse ancora qualcuno disposto a leggere le sue cose: un pubblico.
In altre parole, un luddista pentito e fuori tempo massimo, che non conosce né la grammatica né la logica dei new media perché non li ha mai frequentati, e quel poco che sa o che scopre non lo condivide: che cosa poteva andare storto?
Trascorso, dunque, un anno di intensa disoccupazione, durante il quale riesce più o meno a concludere il suo primo romanzo di autofiction, quando l’autofiction è già fuori mercato, oltre a scrivere un paio di racconti lunghi, una riduzione teatrale e a organizzare un paio di manifestazioni culturali a favore della Palestina, a settembre del 2025 debutta ufficialmente sulla piattaforma che piace alla gente che piace in qualità di fuoricorso della letteratura, a un’età nella quale non è più opportuno né decente tentare avventure così puerili e velleitarie. D’altra parte, come si fa a scrivere se non si ha vissuto, eh Mary Shelley? Per fortuna che in tutti questi anni non aveva mai smesso di prendere appunti. Quanta saggezza è necessaria per diventare incoscienti!
La vocazione - se così si può chiamare - gli era arrivata nell’agosto del 1988 per un grossolano errore di valutazione tipico della sua giovane età. Stava trascorrendo, formalmente in stato di arresto, i suoi ultimi due giorni di servizio militare: due giorni di consegna in più rispetto ai compagni del suo stesso scaglione. Era centralinista dell’Esercito e, tra i suoi incarichi, c’era anche quello di destare la caserma all’alba, mettendo su il disco con la Diana, la sveglia militare a suon di trombetta. Una mattina, dopo una lunga serie di guardie in altana alternate a turni di notte al centralino, fu il capitano a buttare giù lui dalla branda e non viceversa. L’esito furono due giorni di punizione da scontare al termine dei dodici mesi regolari di naja, durante i quali avrebbe dovuto decidere che cosa ne sarebbe stato di lui, dopo. Pertanto, non era proprio lucidissimo quando si ritrovò a fare il seguente ragionamento: «Sono un manico a disegnare, è vero, me lo hanno sempre detto tutti, ma con i pupazzetti non ci si campa di certo, almeno non in questo paese (e di certo non a quei tempi, NdR). Avrei fatto meglio a frequentare il Liceo Artistico se avessi veramente voluto trasformare il mio talento naturale in una professione. Invece quei bastardi dei miei professori mi hanno convinto a iscrivermi al Liceo Classico, e pure uno bello tosto. Chi me li ridà indietro quei cinque anni di mazzo inverecondo su latino, greco, filosofia e letteratura? Andrebbero sprecati se non li metto a frutto in qualche modo».
Così, appena congedato, ancora con addosso la puzza di deodorante per ambienti tipica delle reclute, comincia a presentarsi alle agenzie di pubblicità come copywriter. Era convinto di avere più titoli. Puro delirio! Aveva solo vent’anni e tutta la vita davanti, da mandare in vacca come e quanto voleva. Poteva reinventarsi mille volte, e poi cambiare idea un’altra volta ancora, ma era un’epoca in cui si era convinti, non senza ragione, che le scelte prese a quattordici anni avrebbero condizionato il resto della propria vita. Cambiare indirizzo avrebbe comportato “perdere tempo” e viziare il curriculum. Si mandava un brutto segnale al mercato. Gonfi di retorica performativa e dinamiche pavloviane, si credeva ancora nell’ineluttabilità del merito, pervasi dall’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Weber. Grazie al cinema di Hollywood ci avevano convinto che il Sogno Americano era alla nostra portata. In effetti lo era stato, nel caso del mio amico, perché dopo svariati test psico-attitudinali, scoprì di essere piuttosto portato anche per la scrittura creativa. Da allora venne chiamato freelance e cominciò ad avere idee a comando, in cambio di assegni. Per parecchi anni la cornucopia delle possibilità continuò a dispensare i suoi doni: prima la pubblicità e i trailer per il cinema, poi la radio, la televisione, qualche libro-gadget, gli sketch di cabaret, il teatro off, le riviste di satira, le sit-com, i reportages... Gli riusciva bene, scriveva di tutto e per tutti, restando sempre sul filo della coerenza. Niente che lo facesse vergognare. Fino a quando, lentamente, tutto è andato a schifo e riuscire a stare lontano dalla merda richiedeva doti da contorsionista. Qualcosa si era spezzato - colpa forse del sistema maggioritario - le nicchie culturali scomparvero e per lui il compromesso, che in piccole dosi era sempre stato necessario, aveva cominciato a diventare troppo doloroso. Il protagonista di questa nostra storia, uno degli ultimi mohicani, custodiva ancora una visione etica del lavoro - un lavoro totalizzante, è bene ricordarlo - che era debitrice di un insegnamento ricevuto in dote da Marco Ferri, mitico copywriter di una tra le agenzie di pubblicità più creative degli Anni ’90, la STZ: «Ci sono due modi per fare questo lavoro. O fai il notaio o fai il poeta», gli disse dopo aver dato una rapida occhiata al suo portfolio scadente. «Se fai il notaio, ti limiti a mettere in bella copia quello che ti chiede il cliente; se fai il poeta, invece, non esisterà cliente abbastanza stronzo da impedirti di mettere nel tuo lavoro un po’ della tua anima o di ciò in cui credi veramente». Dopo aver pronunciato questa massima, Marco Ferri dichiarò concluso il colloquio di lavoro e si congedò consigliandogli di leggere gli aforismi di Karl Kraus. Tutto questo avveniva in un pomeriggio imprecisato della primavera del 1992.
Per tutti quegli anni gli era andata bene, era sempre riuscito a infilare qualcosa in cui credeva in ogni cosa che faceva, ma da qualche tempo gli spazi di manovra si riducevano sempre più e forse anche la sua voglia di sopportare la mediocrità. Le poche cose che gli sembrava avessero senso si trovavano al di fuori del mercato, in un ambito evanescente e sperimentale che non prevedeva una remunerazione sufficiente. Decise di essere coerente, ancora una volta, e di seguire la sua aspirazione. Proprio come Paul, il protagonista di “La mattina scrivo”. Ma non suona strano anche a voi? Non sarebbe più giusto “Di mattina scrivo”? Mah.
Eccolo qui, dunque, nella sala buia, da solo, in un pomeriggio di un gelido inverno che dovrebbe essere già primavera, mentre vede scorrere davanti ai suoi occhi il film della sua vita, non quella che ha vissuto, ma quella a cui è destinato. Mentre guarda il culo che si deve fare il povero Paul per mantenersi come scrittore, egli ripensa al suo vecchio amico commercialista, che gli ha lasciato in dote cinquantamila euro di cartelle esattoriali esecutive e il blocco amministrativo sull’autovettura. Che tempismo perfetto! Una scoperta che ha mandato in fumo i suoi risparmi e lo ha costretto a tornare sui suoi passi, per un paio di mesi, e provare a rimettersi in carreggiata. Ma non ce l’ha fatta, il senso di nausea era insopportabile. Come ricominciare a fumare dopo che hai smesso da vent’anni: ci vuole una tremenda forza di volontà per superare lo schifo, prima di riprendere il vizio.
Il mio amico sa di non essere solo. Sempre più persone si sentono come lui. È una marea montante di professionisti in cerca di un senso, mentre il mondo va a puttane. Non è solo burnout, è qualcosa di più profondo, qualcosa che il grande antropologo David Graeber aveva già intuito più di dieci anni fa, scrivendo Bullshit Jobs: la maggior parte di noi fa un lavoro di merda, frustrante e, se va bene, completamente inutile, per quanto ben pagato, altrimenti così abietto e dannoso da potersela cavare dicendo «Ho solo eseguito gli ordini!». Adulatori di capi, yesmen e sottopanza, compilatori di ordini del giorno, scavatori e rattoppatori di voragini aziendali, organizzatori di riunioni per decidere quando fare la “vera” riunione, animatori di chat di gruppo, redattori compulsivi di e-mail, copincollatori e spuntatori di caselle, affamatori di popoli per conto terzi, operatori di call center al servizio del Male: la logica è controintuitiva, perché il capitalismo non potrebbe permettersi tutto questo dispendio di energie senza senso.
Davanti a un sistema chiaramente fallito e alle tragedie del mondo, ormai la gente si sta rendendo conto che non ha più niente da perdere. Sogno un movimento di popolo spontaneo e non organizzato, un po’ come nel romanzo “Saggio sulla lucidità” di Saramago, dove tutta la cittadinanza, senza essersi messa d’accordo, decide di votare scheda bianca. E se invece ci licenziassimo tutti? Il problema è che, al di là del fiume, ci attendono gli shit jobs: lavori magari utili, ma miserabili. Come il rider, il maestro elementare, l’operatore sanitario, lo svuotacantine. Ma anche lo scrittore alla Jonathan Bazzi, il giornalista precario, l’attore teatrale, il drammaturgo e alcuni speaker della radio: lavori che ormai non ti permettono più di sopravvivere. Eppure, stiamo parlando di professionisti, non di amatori o di improvvisati, gente che scrive o recita tutto il giorno, come sostiene anche Franck Courtès, l’autore del romanzo autobiografico da cui è tratto il film, in questa intervista che ho tradotto, e che qui trovate in versione integrale.
«Nessuno è più al riparo da un rovescio di fortuna, da un licenziamento, da un burn-out, da un fallimento», ha detto Courtès in una recente intervista. «Per la Piattaforma non si tratta di offrire a studenti o a pensionati l’occasione di arrotondare le entrate, come affermano, ma proprio di rivoluzionare il modello di lavoro portandolo fuori dalle protezioni del salariato tradizionale. Per tutti i prestatori d’opera, i servizi forniti costituiscono la loro attività principale e non un’integrazione marginale delle entrate. Quand’ero bambino i miei genitori definivano poveri coloro che percepivano un salario minimo. Oggi chi ha un salario minimo con contratto a tempo determinato sembra quasi un privilegiato».
In fondo, non è quello che accade anche qui su Substack? Tutto questo merita una riflessione. Chi comincia?






Anch'io ho un amico nella stessa condizione, forse stiamo indicando la stessa persona?
Per quanto riguarda la mia persona quel lavoro (inutile?) ma ben pagato non c'è più e rifugiarsi in altro è ( forse illusoriamente ) un modo per dirsi e sentirsi liberi anche se, senza un giusto conquibus, è difficile sentirsi tali.
Ho letto la tua riflessione come prima cosa questa mattina.
Mi sono portato dietro la tua storia e alcuni passaggi per tutta la giornata.
Come tutte le letture "importanti", ti rendi conto che quello che leggi sta parlando di te e per te, mettendo ordine in un caos di concetti, impressioni, sensazioni che hai in qualche modo già dentro, riuscendo in un sol colpo a darti una visione d'insieme che sentivi di avere a portata di mano, ma mai ad afferrare.
E, al di là delle singolari sensibilità al tema, questo lo riesce a fare solo un artista, nonostante la mia avversità verso questa definizione. Complimenti, davvero.
Chiudo con la richiesta riflessione: concordo con te che l'epidemia di vuoto di senso si allarga sempre più, e rischia di raggiungere scenari pandemici. Quel "mondo che sta dando il peggio di sé" di cui parli, è forse il sintomo collettivo di questa malattia.
In sostanza, se il lavoro o le attività quotidiane non sono più capaci di riempire di senso (pur minimo), se la finzione è smascherata, le alternative a me paiono due: o rifugiarsi nelle attività creative e ricreative; o abbandonarsi alla rabbia, buttando tutto all'aria, facendo caos col caos.
E, paradossalmente, in questo sistema fallito, la seconda via risulta più percorribile.