Analogico, Watson!
I conti non tornano.
Niente squillini o whatsapp: a mio papà bastava agitare il braccio tenendo Il Messaggero piegato per il lungo nella mano destra. Io lo intravedevo riflesso nella vetrina del concessionario Volkswagen dall’altra parte della strada, appena svoltava l’angolo, poco prima che si infilasse nel portone. Quello era il segnale.
Ci eravamo trasferiti da poco in una bella casa in affitto, un primo piano a Viale Marconi, vicino al ponte, una decina di fermate di 170 barrato da Piazza Sonnino, dove papà lavorava come capufficio in una filiale della Banca Commerciale Italiana.
Avevo appena finito le scuole elementari e, con esse, anche il supplizio del tempo pieno e della disgustosa pasta scotta delle suore. Mi appostavo affamato in finestra mentre mia nonna, in cucina, attendeva il mio ordine. «Vai, nonna!» e lei buttava la pasta nell’acqua già bollente. Quel minuto guadagnato concedeva a mio papà un grande privilegio: rientrare a casa per pranzo e sottrarsi al panino o al tramezzino con il quale allora si nutriva il travet di qualsiasi ordine e grado, anche chi soffriva di gastrite come mio padre. In un’ora o poco più, pranzava e tornava in agenzia, il caffè lo avrebbe preso con i colleghi, magari facendosi anche un giro di tresette se avanzava tempo.
Era un mondo analogico e più rilassato, quello di cinquant’anni fa. Un mondo dove un impiegato di banca coniugato con una contabile dell’Enel riusciva a mantenere due figli e una suocera a carico pagando l’affitto di un grande appartamento borghese con salone e tinello in un quartiere commerciale della Capitale, tra San Paolo e Trastevere. Tempo tre anni e la casa l’avrebbe addirittura comperata, grazie a una cooperativa e a un mutuo ventennale, in una zona di recente costruzione di fronte a una pineta, ai margini del Parco Archeologico dell’Appia Antica. Era il 1981.
Mio padre lavorava dalle 8:30 alle 17:30, se andava male le 18:00, otto ore nette per cinque giorni alla settimana, forse per un periodo ha dovuto andare in ufficio anche mezza giornata il sabato. Tornato a casa, si dimenticava il lavoro fino al giorno dopo o al lunedì mattina. Il direttore della filiale era un inetto, di solito un laureato raccomandato e con poca esperienza sul campo, quindi papà lo sostituiva in compiti delicati come la “quadratura”, che consisteva in pratica nel far quadrare i conti fra entrate e uscite di cassa a fine giornata. All’epoca non erano ancora stati introdotti i computer e la moneta digitale. Era tutto concreto e analogico: banconote, distinte, cambiali, quegli elasticoni verdi che qualcuno chiamava pappardelle o lasagne. Per fare la “quadratura” ci si poteva avvalere di quelle calcolatrici meccaniche da tavolo in metallo pesante e ruvido, di solito azzurro, con i tasti bianchi enormi in rilievo, una manovella sul lato e un rocchetto di carta al posto del display dove venivano impressi i calcoli. Mio papà preferiva fare tutto a mente, facendosi consegnare le matrici dai cassieri e prendendo appunti a penna, con caratteri minuti e nervosi, su un foglietto di carta grande quanto il suo pacchetto di Esportazioni senza filtro. Diceva che così faceva prima. Quasi sempre ci riusciva. A volta, qualcosa non quadrava. In quei casi, tornava a casa mezz’ora più tardi.
Oggi io sono costretto a dedicare al mio lavoro in media dieci ore al giorno, non ci sono sabati e domeniche, in più sono sempre reperibile e tra gruppi whatsapp, posta elettronica e connessione Internet 5G sto sul pezzo praticamente sedici ore al giorno, ipotizzando che ne riesca a dormire otto. La mia capacità di calcolo, scrittura ed elaborazione dati, oltre al livello di informazione e aggiornamento continuo, grazie ai potentissimi mezzi elettronici di cui dispongo oggi e che sono sempre con me, è mille volte quella di cui disponeva mio padre, persona per altro dotatissima.
Ora, se io immetto un ERG di lavoro in un sistema di produzione, secondo il principio di conservazione dell’energia dovrò generare il corrispettivo di un ERG di valore da qualche parte. Non si scappa. E una parte di questo valore dovrebbe essere il mio compenso per il lavoro svolto. Come si spiega, allora, che mio padre riusciva a campare una famiglia di cinque persone, lavorando solo quaranta ore a settimana, tredicesima, quattordicesima e ferie pagate, mentre io oggi, con una capacità, precisione e velocità di produzione imparagonabile, moltiplicata per una giornata di lavoro molto più lunga, senza tredicesima o ferie pagate, all’età di mio padre non riesca a ricavare dal mio lavoro abbastanza valore da potermi permettere di comprare una casa nella città dove vivo?
Chi si sta fottendo la plusvalenza?





Riusciresti a cambiare lavoro, trovandone uno dove lavori meno ore e guadagni lo stesso?