Poveri ma belli.
“Non avrai nulla e sarai felice” scriveva Ida Auken nel 2016 sul sito del World Economic Forum. Arriviamoci preparati.
Ne parlavo giusto l’altro giorno con il mio consulente finanziario, commentando l’ultimo post di Jonathan Bazzi: che fine hanno fatto i bei senzatetto di una volta? Ce n’erano di pregevoli, rispetto a quelli di oggigiorno che sono un po’ tutti introversi e parlano a mala pena l’italiano. Infrequentabili.
Ne conobbi uno sulla spiaggia della Giannella, in un’estate di fine anni ‘80. Ci venne a svegliare nei nostri sacchi a pelo: avevamo dormito lì per risparmiare una notte in albergo che non potevamo permetterci. È stata la notte in cui Paola e io ci baciammo, ma lei non se lo ricorda più.
Forse il vecchio clochard ci aveva scambiato per dei suoi colleghi: aveva voglia di fare quattro chiacchiere, sperando magari di scroccare la colazione. Non chiedeva i soldi, chiedeva le generalità.
«E tu, come ti chiami?»
«Marco».
Aveva una voce nasale che poteva dirsi bambinesca, se non fosse stata così rauca.
«Ah, bel nome “Marco”. E da dove vieni, Marco?»
«Da Milano».
«Ah, conosco Milano. Il Duomo, La Scala, il Castello Sforzesco. E tu, come ti chiami?»
«Paola».
«Ah, bel nome “Paola”. E da dove vieni, Paola?»
«Da Firenze».
«Ah, conosco Firenze. Piazza della Signoria, il Ponte Vecchio, la Galleria degli Uffizi. E tu, come ti chiami?»
Ci passò in rassegna uno a uno, cantilenando questo suo censimento inconcludente. Poi riprese a setacciare avanti e indietro la battigia, trasportando una grande busta della GS con tutti i suoi averi. Di tanto in tanto si fermava davanti a qualcuno altro e cercava un pretesto per dar mostra della sua erudizione da intermezzo televisivo: Pisa - la Torre Pendente; Napoli - il Maschio Angioino; Torino - la Mole Antonelliana.
«E tu, come ti chiami?»
«Agostino».
«Ah, bel nome “Agostino”. E da dove vieni, Agostino?»
«Da Roma».
«Ah, conosco Roma. Il Colosseo, Fontana di Trevi, il Circolo Massimo...»
Lo chiamava così, il Circolo Massimo, e questo dettaglio mi fece sorgere il dubbio che il suo almanaccare fosse frutto di una lettura male assimilata di qualche guida turistica rinvenuta nella spazzatura e che quelle città le conoscesse solo per sentito dire. In realtà, è probabile che non si fosse mai allontanato dalla Laguna di Orbetello. Quello, forse, era il suo modo di viaggiare, l’unico che poteva permettersi.
Lo rividi di sfuggita un paio di giorni dopo, sulla stessa spiaggia, impegnato nel suo Grand Tour tra i bagnanti. Si avvicinava ma senza essere invadente, e quando ti dava il buongiorno era difficile non contraccambiare. A lui bastava un sorriso per rompere il ghiaccio, sperando che la persona che aveva di fronte non venisse da un posto troppo astruso, tipo Isernia, Sondrio o Caltanissetta, cittadine per le quali sarebbe stato difficile citare a memoria anche solo un paio di monumenti. Chissà, magari lui invece ci riusciva. Avrei proprio dovuto fermarmi e parlare con lui. Mi è rimasta la curiosità di sapere da dove veniva, se c’ero stato anche io nella sua città e se fossi stato in grado di nominare almeno tre monumenti, anche in modo approssimativo. Ma ero un ragazzo e avevo altro per la testa (solo una cosa, veramente, come tutti a quell’età). E non lo rividi mai più né seppi più nulla di lui.
Diamo troppo poca importanza alle vite degli altri, dicevo al mio consulente finanziario dopo avergli raccontato questo aneddoto, soprattutto alle vite di chi, in un certo senso, ci sembra che abbia fallito. Invece è proprio da quelle che si potrebbe ricavare quell’insegnamento che un giorno si rivelerà per noi decisivo... me ne rendevo conto solo in quel momento, aggiunsi tamburellando con un dito sulle raccomandate verdi.
Un paio d’anni dopo quell’episodio, proseguii, ho avuto l’opportunità di conoscere un altro clochard, che bazzicava tra i vicoli dell’antico ghetto ebraico di Roma. Dormiva sotto le finestre del mio ufficio, in un angiporto buio e deserto, sdraiato sul pianale di un vecchio carretto a braccia che lui usava per raccogliere i cartoni in giro per il rione. Era una figura conosciuta lì intorno, un barbone vecchio stile che sembrava disegnato da Norman Rockwell. Tutti lo chiamavano Pirandello. All’inizio pensavo fosse un soprannome, frutto dell’amore per l’iperbole e l’antifrasi che hanno i romani quando si tratta di inventare nuovi epiteti. Poi un giorno mi capitò di incrociarlo durante la pausa pranzo, complice una sigaretta scroccata, e chiacchierando mi rivelò che Pirandello era proprio il suo cognome vero: sosteneva di essere uno dei nipoti di Luigi, il drammaturgo Premio Nobel per la letteratura. Non so se fosse la verità ma la sua padronanza di linguaggio, l’eleganza con cui si muoveva e i modi gentili tradivano di certo un’ottima educazione e questo lo rendeva credibile. Era divenuto clochard per scelta, mi disse, nel tentativo di sfuggire a una latente tabe depressiva che aleggiava in famiglia e che aveva colpito, a un certo punto, anche suo nonno. In strada era felice, e si vedeva. Guadagnava quello che gli serviva vendendo il cartone da riciclare e, grazie a questo lavoro, ogni tanto gli capitava di mettere le mani anche su qualche buon libro.
Poteva essere una possibilità quella di anticipare i tempi, chiedevo al mio consulente, se le cose stavano messe così male come si prospettavano. Lui mi tranquillizzò. Non era il caso di precipitare gli eventi, la situazione era ancora gestibile. Vorrei che fosse una scelta, provai a spiegare, non una conseguenza ineluttabile. Abbiamo tempo, mi disse.
C’era anche il caso di un altro clochard per vocazione, rammentai all’improvviso. Il fiscalista rise e questo mi incoraggiò ad andare avanti. Lo incontrai a Milano, negli anni di Mani Pulite. Girava per i locali della movida riparandosi sotto un buffo parasole colorato al quale aveva appeso decine e decine di striscioline di carta. Si fermava al tuo tavolo, visibilmente allegrotto, e ti invitava a scegliere un pezzettino di carta e leggere che cosa c’era scritto sopra. Erano titoli di poesie, da Leopardi ad Alda Merini, che lui declamava a memoria in cambio di un bicchiere di vino. A quei tempi era una celebrità in zona Darsena. Non ricordo il suo nome, purtroppo. Un giorno lessi sul giornale che lo ritrovarono morto. Aveva una casa, non era un senzatetto, e si scoprì che aveva anche un cospicuo conto in banca: parliamo di centinaia di milioni di lire! Ma gli era stata tolta la firma dalla famiglia, che lo aveva fatto interdire perché rischiava di berseli, tutti quei soldi. Non avendo materialmente una lira in tasca, il tipo si era inventato quel sistema per potersi ubriacare tutte le sere, che era la cosa che gli piaceva di più oltre alla poesia. Sarebbe piaciuto a Baudelaire, dissi al mio consulente finanziario. Purtroppo, io non provenivo da una famiglia agiata e avevo una pessima memoria, soprattutto per le poesie. Però la vocazione al pauperismo quella ce l’avevo cristallina. I conti mi davano ragione.
Certo, mai come quel lavavetri che operava al semaforo di Ponte Garibaldi, mi affrettai ad aggiungere. Il consulente sospirò. Lui non aveva neanche i soldi per comprarsi una spugna e un secchio. O forse non voleva sperperarli in consumi superflui o di grado alcolico troppo basso. Era un lavavetri senza i ferri del mestiere: non aveva niente ma era felice1. In quegli anni non c’era semaforo dove non ci fosse appostato qualcuno che tentasse di lavarti il parabrezza, già troppe volte lavato, sperando in una mancia. Per l’automobilista dei primi Anni Novanta, la schermaglia con i lavavetri presenti a ogni incrocio era diventata estremamente stressante, davvero fastidiosa. Erano dappertutto, soprattutto polacchi ubriachi. E qualche albanese sbarcato a Brindisi dal mercantile Vlora. La loro insistenza era direttamente proporzionale alla pulizia del parabrezza. Fermarsi all’incrocio con Ponte Garibaldi, dove operava il nostro lavavetri disarmato, rappresentava dunque una tregua, un momento nel quale ci si poteva rilassare e distrarsi, senza il timore che arrivasse qualcuno con una spugna lurida a inzaccherarti proditoriamente il vetro davanti agli occhi, per poi offrirsi di ripulirlo in cambio di una moneta. Non possedendo né spugna né tergivetro, infatti, il nostro mendicante era costretto ad esercitarsi nella difficile arte della mimesi per cercare di rimediare qualche spicciolo. Il suo era psico-teatro involontario, un gesto poetico situazionista. In qualche modo, doveva aver intuito la forza demistificatoria e straniante della sua condizione, costretto a mimare l’atto di lavare il parabrezza senza mai compierlo realmente, non avendone gli strumenti. Facendo di necessità virtù, il barbone aveva inconsapevolmente portato alle estreme conseguenze di insensatezza la reiterazione ossessiva dell’inutile gesto, un po’ come Charlot alla catena di montaggio di “Tempi Moderni”. La sua pantomima era studiata nei minimi dettagli e la interpretava con grazia, come una danza: si avvicinava alla tua auto, poi si stupiva della sporcizia del tuo parabrezza, reale o fittizia, ti redarguiva bonariamente con un’occhiataccia, si chinava su un secchio immaginario e vi immergeva una spugna fatta della stessa materia con cui son fatti i sogni. Quindi, si sporgeva sul cofano per insaponare energicamente il vetro con una schiuma che vedeva solo lui. Infine, gettava la spugna immaginaria nel suo secchio immaginario e, da dietro i pantaloni, estraeva un lungo impalpabile tergivetro con il quale asciugava il cristallo anteriore con movimenti ampi e bustrofedici. Soddisfatto del suo lavoro, ti sorrideva e si avvicinava al finestrino porgendo il cappellaccio - quello reale, concreto e puzzolente - che aveva in testa. Il più delle volte gli automobilisti abbassavano il finestrino, sporgevano la mano e, a loro volta, mimavano di dargli la mancia. In quel caso il lavavetri gentiluomo non si scomponeva e stava al gioco, ringraziava sentitamente facendo finta di estrarre dal cappello una banconota di grosso taglio e, allo scattare del verde, si profondeva in inchini e saluti all’indirizzo dell’automobilista burlone.
Capito quanto era avanti, quel tipo? chiesi al mio fiscalista non ottenendo in cambio nessuna complicità né cenno di intesa. La dematerializzazione del lavoro! aggiunsi. La moneta virtuale! Il commercialista cominciava a dar segno di aver capito, come dopo una barzelletta raccontata male o che non fa ridere. Non è forse lì che ci stanno portando? gli domandai. Dopo aver dato una rapida occhiata all’orologio, il consulente rispose che il mio problema, in quel momento, era esattamente opposto: quello di trovarmi un lavoro serio, concreto. Così decisi di raccontargli anche la storia del Gigante Grissino. Lo chiamavo così perché mi ricordava il personaggio dei fumetti di Braccio di Ferro, il pacifico titano che vive su un’isola grande quanto il suo sedere. Era un omone che mi capitava di incontrare nei ristoranti meno esclusivi dei Navigli, le trattorie popolari, i trani. Si aggirava tra i tavoli con due grandi sacchetti di plastica del supermercato, come se cercasse un posto libero dove sedersi. Sembrava un bambino cresciuto troppo, un gigante buono. Quando trovava un tavolo vuoto o una superficie che faceva al caso suo, vi apparecchiava il contenuto delle due buste. Ed era una meraviglia quello che ne cavava fuori! Vecchie automobiline a molla, giocolieri e scimmiette di latta, colombe di plastica che restavano in equilibrio sul becco, aeroplanini con l’elastico, soldatini di ferro di eserciti sconosciuti, bamboline esotiche, boule de neige di posti astrusi, penne a sfera che, se le giravi, il costume intero della donnina che vi era raffigurata sopra scompariva fino a lasciarla completamente nuda, pupazzetti e dentiere saltellanti... un bendiddio, che il gigante sciorinava senza dire una parola. Era impossibile resistere, bisognava avvicinarsi. Ogni volta che mi capitava di incontrarlo, il suo campionario si era arricchito di nuovi articoli, sempre sorprendenti, chissà dove li andava a scovare. Lo immaginavo in una casa troppo stretta per lui, piena di giocattoli come la fabbrica di Babbo Natale, odore di zenzero e mele cotte e, in sottofondo, mille carillon. Bastava avvicinare la mano a una di quelle mirabilia e il Gigante Grissino ti raccontava una storia: «Quella era la bambola preferita di una principessa persiana dimenticata su una carrozza... quella è la riproduzione dell’automobile che ha vinto Le Mans nel ’55 e che il pilota fece fare per suo figlio...» E lo diceva come a convincersene lui stesso, in quel modo un po’ infantile di dare più valore alle cose che ci appartengono rispetto a tutto ciò che per noi è irraggiungibile. Si separava malvolentieri da quei tesori. Se sollevavi un giocattolo per esaminarlo meglio, lui te lo toglieva delicatamente dalle mani e lo riponeva sul ripiano. Non aveva idea del valore da attribuire a ogni oggetto, se gli chiedevi quanto costava non ti sapeva rispondere, come se le meraviglie della sua wunderkammer fossero solo in esposizione, non in vendita. Lui stesso faceva parte di quel mondo, la sua mansuetudine non era di questa Terra né di questi tempi. Non aveva il senso del denaro. Bastava gli dessi qualcosa e lui ti permetteva di prendere uno dei suoi giocattolini, a malincuore. Il suo mondo magico aveva perso un pezzo e ora c’era un buco da dove poteva entrare la realtà. Dispiaciuto, raccoglieva mesto le sue carabattole e si avviava con passo pachidermico verso un’altra trattoria, perdendosi nella bruma dei canali. Un giorno qualcuno mi raccontò che Grissino era stato un rappresentante di commercio e aveva perso la ragione gettandosi dalla finestra quando, tornato a casa prima da una trasferta, aveva sorpreso la moglie a letto con un suo amico. Chissà se era vero. Ogni senzatetto trasporta nelle sue buste la maledizione della sua stessa leggenda.
Non credo che il mio consulente finanziario mi stesse ascoltando più. Si era messo a smanettare sul computer e con una calcolatrice da tavolo. Quando terminai il racconto anche lui aveva finito i conteggi. Aveva diviso ogni cartella esattoriale in trentasei rate, mi diede gli importi e le scadenze e mi consolò dicendo che presto avrebbero fatto un’altra rottamazione, almeno mi risparmiavo sanzioni e interessi. Neanche questa volta sarei finito in mezzo a una strada, ma dovevo stare più attento e trovarmi un lavoro vero. Oggi come oggi, con la scrittura non si campa.




