Come ogni anno, è cominciata a tambur battente la campagna di vaccinazione anti-influenzale, che in molte regioni sarà gratuita per tutte le fasce d’età. Gli esperti prevedono che si ammalerà almeno un italiano su tre e molti virologi consigliano di vaccinare anche i bambini. Immagino che sia un provvedimento necessario per proteggere i nonni, i quali da parte loro dovrebbero essere già protetti avendo accesso alla vaccinazione in via prioritaria… e questo fa precipitare tutta la strategia profilattica in una specie di Paradosso del Mentitore. Per risolvere il dilemma a monte, ho scritto una favoletta morale prendendo spunto da questo post, che condivido con ogni mio più piccolo linfocita.
C’era una volta, non tanto tempo fa, in un regno neanche troppo lontano, un uomo né troppo vecchio né troppo giovane che aveva un piccolo orto, ma poi non così piccolo. Egli lo coltivava con cura e, in cambio, riceveva dalla terra tutto ciò di cui egli avesse bisogno per vivere, in qualsiasi stagione, anche nei tempi più difficili
Per proteggere il suo orto dai furfanti e dagli intrusi, il contadino aveva addestrato un drappello di belle oche grasse grasse, che starnazzavano quando vedevano un estraneo bighellonare nei paraggi, si nutrivano degli insetti che avrebbero potuto infestare le coltivazioni ed erano anche prontissime nel beccare il muso delle talpe, appena una di queste metteva il naso fuori dalla tana. Certo, in cambio di tali servigi il contadino doveva tenere le sue oche sempre in forze e ben pasciute, anche per evitare che l’appetito le invitasse ad assaggiare, oltre agli insetti, magari un bel cespo di insalata o a sgranocchiare qualche carota.
Col tempo, si era affezionato a ciascuna di loro e le conosceva tutte per nome. C’era il Capitano, il più anziano e coraggioso del gruppo; la Madama, moglie del Capitano, che in caso di pericolo emetteva un verso che sembrava la sirena della polizia; Cenerentoca, un’ochetta cenerina trovatella, che aveva due sorellastre brutte e prepotenti: Anastasia e Genoveffa; c’era Ocahontas, un’indomita oca selvatica dalle penne coloratissime; Teodoroco, nobile papero destinato a ereditare lo scettro del Capitano; e infine c’erano Giuliva, un’ochetta sempre allegra e giocherellona, e Ocarina, molto graziosa ma un po’ di coccio. Ogni tanto una volpe se ne portava via una o due, ma nel complesso il drappello delle oche da guardia era sempre numeroso e agguerrito, cosa che al contadino garantiva sonni tranquilli e una discreta fiducia nel futuro.
Un bel mattino, sentendo starnazzare le sue oche nell’aia, l’uomo si precipitò fuori dal letto e, ancora in pigiama, si ritrovò faccia a faccia (anche se l’espressione, capirete presto, non è da intendersi in senso letterale) con uno straniero. Era questi un individuo piccino picciò, non più alto di una zucchina, ma di quelle piccole, e vestito con sopraffina eleganza: marsina di velluto, ghette di feltro, una mezza tuba in testa per sembrare più alto e aveva anche una pesante catena d’oro che gli attraversava il panciotto di broccato e terminava in un taschino, alla quale era certamente assicurato un orologio di pari valore. Doveva essere un omino molto, molto ricco, perché con quella vocina acuta che hanno tutti i lillipuziani offrì al contadino ben quaranta soldi per il più bell’esemplare delle sue oche, malgrado al mercato ne vendessero di altrettanto belle a meno di venti. L’uomo non se lo fece ripetere due volte e risolse che avrebbe potuto tranquillamente fare a meno di uno dei suoi pennuti da guardia, in cambio di quel bel gruzzoletto di denaro. E così, senza il minimo rimorso, strozzò il Capitano e lo consegnò allo strano omino elegante.
Il mattino successivo, con gran sorpresa del contadino, il minuscolo straniero si ripresentò alla sua porta e, questa volta, gli offrì ben cinquanta soldi affinché egli facesse fuori un’altra oca. Si disse addirittura disposto a comprarne due o tre, senza chiedere sconti! Il contadino pensò di essere lui un uomo fortunato e l’altro certamente uno sprovveduto, perché con la somma che avrebbe guadagnato si sarebbe potuto permettere di comprare al mercato altre oche da rivendere - e a caro prezzo - al lillipuziano e, con quell’attività, continuare a vivere senza troppe preoccupazioni ma con molta meno fatica. Certo, per pascere le sue oche avrebbe comunque avuto necessità di coltivare l’orto - almeno un po’ d’insalata e qualche carota - ma si risolse che era ben più redditizio allevare le oche per poi rivenderle, invece che impiegarle nella difesa della sua proprietà. Per far questo, piuttosto, sarebbe stato sufficiente mettere da parte il necessario per comprare del robusto filo spinato - al quale, tra l’altro, non si deve neanche dar da mangiare – e con quello recintare l’orto.
A tutto ciò pensò il contadino valutando l’offerta del lillipuziano e, fatti altri due veloci calcoli a mente, strinse con due dita la manina preziosamente inanellata dell’omino il quale, molto soddisfatto, gli disse che sarebbe tornato da lì a qualche giorno per comprare altre oche allo stesso prezzo. Congedatosi dal minuscolo forestiero, il contadino si precipitò a mettere al sicuro il malloppo e, invece di annaffiare l’orto, decise di andarsene direttamente in paese a festeggiare.
E così le cose andarono avanti per un po’: il contadino assottigliava il drappello delle sue oche da guardia, vendendo gli esemplari migliori, e poi lo rimpolpava con palmipedi più giovani e meno addestrati che acquistava al mercato. In men che non si dica, aveva risparmiato abbastanza denaro da procurarsi metri e metri del miglior filo spinato per recintare il campo. A quel punto, sentendosi più sicuro, smise di addestrare le oche alla difesa e si concentrò solo sull’ingrasso, convertendo quindi il suo orto alla coltivazione di mais e soia, alimenti certamente più adatti, se si vogliono ingozzare quegli animali. Per mangiare, lui ora si sarebbe potuto permettere di andare in trattoria anche tutti i giorni.
L’armonioso e simbiotico sodalizio tra il contadino, le oche e il suo orto si era interrotto ma, per un bel po’ di tempo, all’uomo sembrò di vivere anche meglio di prima e in armonia con il Creato. Riusciva comunque a soddisfare le continue e più esose richieste del lillipuziano, che sembrava accontentarsi di oche un po’ meno grasse ma in quantità assai maggiori; con i soldi guadagnati, l’uomo si concedeva pasti da cinque portate in trattoria e lui sì che stava ingrassando, così tanto da non riuscire più a rincorrere le talpe che sempre più spesso sbucavano nel suo orto, per niente intimorite dal filo spinato. A questo accidente, però, egli dava ben poca importanza, poiché a lui il mais e la soia facevano veramente schifo e il suo orto ne produceva comunque a sufficienza per ingozzare le oche quel tanto che bastava per soddisfare l’ingordigia, sempre meno sofisticata, del lillipuziano. Insomma, ce n’era per tutti, anche per le talpe.
Arrivò il giorno, però, che il contadino, grasso com’era diventato, non riuscì più a recarsi a piedi in trattoria: percorrere quel tratto di strada, andata e ritorno sotto il sole, era diventato per lui così gravoso da fargli dimenticare perfino i morsi della fame. E quando proprio non ce la fece più a resistere senza mangiare, non trovò niente di meglio che arrostire Teodoroco. Non aveva mai assaggiato una delle sue oche e mai avrebbe sospettato, complice forse anche la fame, di scoprirla così appetitosa! Ci fece la bocca, gli si riaprì lo stomaco e una voracità insaziabile, a quel punto, lo costrinse in pochi giorni a sbafarsi quasi tutte le oche della fattoria, in attesa che si facesse vivo il suo piccolo benefattore. Ma il lillipuziano tardava.
Oramai gli era rimasta solo Cenerentoca, la più giovane e striminzita, e il povero contadino, grasso grasso e molto debole, non era più neanche in grado di trascinarsi nell’orto a raccogliere qualche fagiolo di soia per nutrirla, perché il filo spinato era diventato per lui una barriera praticamente insormontabile. Cenerentoca era anche più affamata del suo padrone, di sicuro era più in forze e qualcuno sostiene che si deve proprio a lei il modo di dire: “Essere incazzato come un’oca”. Non avendo niente di meglio da darle, e sapendo che le oche trangugiano di tutto, l’uomo si risolse a metter mano al materasso e cominciò a tirare fuori il gruzzoletto che in quel nascondiglio sicuro aveva riposto. Per tenerla alla larga, tirava a Cenerentoca le monete d’oro, una per volta, che lei trangugiava in un boccone e così, per un po’, se ne stava buona buona a digerire. Ma poi ricominciava a starnazzare e a beccare le dita dei piedi del povero contadino, finché questi, esasperato e ormai ridotto quasi sul lastrico, tirò il collo anche a lei.
Quell’ultimo pasto indigesto servì all’uomo per capire di aver sbagliato tutto, ma proprio tutto nella vita, e in cuor suo sperò che non fosse troppo tardi per porvi rimedio. In fondo, aveva ancora il suo orto: poteva ricominciare da lì e forse tutto sarebbe tornato come prima. Con le ultime forze che gli erano rimaste, dunque, si trascinò giù dal letto, attraversò l’aia e, armandosi di santa pazienza, riuscì piano piano a togliere il filo spinato torno torno così da poter entrare nell’orto... Il fondo, però, era ormai infestato dalle piante di soia e dagli insetti, la terra si era inaridita e le talpe scorrazzavano libere nelle loro trincee. Quell’orticello che aveva sempre provveduto a lui, con il buono e con il cattivo tempo, era diventato ora l’emblema della sua disperazione, il vessillo lacero e a mezz’asta di una sconfitta su tutti i fronti.
E fu proprio in quel momento di profondo sconforto che il contadino vide sopraggiungere, fischiettando, il suo piccolo benefattore. Per un attimo la speranza tornò a colmargli il cuore, almeno fino a quando non si accorse che il facoltoso lillipuziano, questa volta, non era da solo: capeggiava una processione di tanti altri ometti eleganti come lui, centinaia e centinaia, forse migliaia di floridi lillipuziani che si dirigevano di buon passo, canticchiando allegramente, verso il grasso contadino che giaceva esausto a pancia all’aria nel centro esatto dell’orto. Con un filo di voce il pover’uomo riuscì a dire solamente «Purtroppo, signori, ho finito le oche...» che venne circondato, assalito e divorato, senza che di lui rimanesse più nulla. Nemmeno il ricordo.

(Lascio a voi il compito, miei piccoli lettori, di riflettere su che cosa rappresenti in realtà l’orto, le oche, il fil di ferro e il ricco lillipuziano: buon divertimento!)





Va bene, farò le mie considerazioni. Però, povere oche! Mi ero affezionata già alla seconda riga.