Quattro prefiche in gramaglie vegliano il caro estinto, sedute su alcune sedie poste di fronte al feretro aperto, nella camera ardente di un’agenzia funeraria. Hanno età leggermente diverse: una di loro, alta e austera, ha il volto coperto da una veletta; un’altra ha tratti somatici che potrebbero tradire una sua origine slava, forse ucraina; un’altra ancora piange silenziosamente, bagnando di lacrime il cuscino di velluto che ha sulle ginocchia.
Un velo d’inconsolabile disperazione le isola una dall’altra: evidentemente non sono parenti tra di loro ma il dolore, in qualche modo, le accomuna. Il pianto di una fa eco ai gemiti dell’altra, in una competizione parossistica a chi è più addolorata. O vuole ostentare di esserlo.
I loro singulti fanno da contrappunto all’Adagio di Albinoni - in realtà di Giazotto - che l’agenzia funebre, con poca fantasia, ha scelto come colonna sonora delle esequie. Nel catafalco è adagiato un uomo anziano ma non vecchio, vestito con eleganza, i capelli bianchi ben pettinati, una medaglia al petto e tra le mani un rosario di madreperla.
All’improvviso, una delle povere donne, la più giovane, smette di piangere: ha notato qualcosa e si volta per controllare se anche le altre si siano accorte di ciò che lei ha visto, ma nessuna sembra farle caso. La variazione nel ritmo del concerto per pianto e singhiozzo, però, spezza il monotono fluire della disperazione e, lentamente, anche le altre smettono di piangere.
«È parso anche a lei che...», sussurra la giovane alla donna col velo che le siede accanto.
«Cosa, scusi?»
La prefica slava si spazientisce.
«Sssh!»
«No, mi sembrava... niente».
«Che succede?», domanda la donna con il cuscino sulle ginocchia.
«La signorina, qui. Chieda a lei».
La donna slava vorrebbe ricominciare a piangere ma non ci riesce.
«Sssh! C’è genti che soffri».
La ragazza è visibilmente in imbarazzo.
«Ma no, solo un’impressione», cerca di minimizzare.
La quattro donne abbassano il capo e tornano al loro dolore ma un urlo soffocato turba di nuovo il silenzio.
«Se move!» esclama la donna straniera alzandosi in piedi di scatto e indicando la salma.
«Ah, lo dicevo, io!», dice la giovane.
«Ha visto anche lei?»
«Ma che cosa, ha visto!? Si può sapere?» chiede la donna con il cuscino sulle ginocchia.
«Il morto. È vivo!» esclama la prima ad aver lanciato l’allarme.
«Eh???»
«Se move, se move», le dà manforte la donna slava. «Ha alzato mano».
«E adesso?» domanda la donna con il cuscino.
«Bisognerà avvisare qualcuno», propone la prefica velata.
«No! Momento», esclama la slava, che è ancora in piedi. «Non corre’ troppo». Il suo sguardo scruta una per una le altre tre.
«Eh, signora cara, fra mezz’ora lo cremano», le risponde la signora col cuscino sulle ginocchia. «Faccia lei».
La seconda testimone prova a ridimensionare l’accaduto.
«Magari è solo mia impressione».
«Dimentica che l’ha visto anche la signorina, qui. È vero, signorina?»
La ragazza ha lo sguardo ancora imbambolato.
«Forse mi sono lasciata influenzare».
«Ma se è stata lei la prima a vedere!» la corregge la donna col velo.
«Va be’, su, basta controllare», taglia corto la donna, appoggiando il cuscino di velluto sulla sua sedia. «E che sarà mai!»
E con gesto rapido sfila lo spillone che sosteneva la veletta della sua vicina. Questa, però, la trattiene per un braccio, impedendole di avvicinarsi alla salma.
«Ma che fa? È vilipendio di cadavere. È impazzita!? Qui scatta il penale».
La colluttazione dura solo qualche secondo.
«Lo specchietto», suggerisce con un fil di voce la giovane donna, ancora imbambolata.
«Come?»
«L’ho visto in tv. Si fa con lo specchietto della cipria».
«Ma voi essere tutte dyvak!», esclama la donna con forte accento slavo.
«È vero! Ha ragione la signorina», conferma la prefica oramai svelata. «Si mette lo specchietto sotto al naso del morto e, se si appanna, allora vuol dire che respira ancora».
La straniera è indignata.
«Ma ci vole rispeto pe’ caro estinto!» e aggiunge un’esclamazione che nessuno capisce.
«E se non è estinto?», chiede la donna che avrebbe voluto fare la prova dello spillone.
«È un bel guaio», ammette la giovane.
«Come, scusi?»
«Volevo dire: con quello che è costato questo bel servizio funebre...»
«Ma come? Non sarebbe contenta se il suo parente, qui, fosse ancora vivo?»
«Ah, ma no! Io non sono parente», si giustifica la ragazza.
«E però bisognerà pur avvisarli, i parenti», aggiunge la prefica che, nel frattempo, è tornata ad aggiustarsi la veletta, infilando di nuovo lo spillone. «C’è un parente, qui?»
Dopo qualche attimo d’imbarazzato silenzio, guardandosi intorno e come a scusarsi, la donna slava azzarda: «Se non c’è altri, io ero... badante. Però ci volevo tanto bene. Dovevamo sposare! Abbiamo fatto carte... assicurazione...»
La prefica con il velo la interrompe bruscamente.
«Eh, ma cara signora, qui ci sono delle responsabilità proprio a carattere legale, ci vuole un vincolo più solido per assumersi l’onere di...»
«Mi scusi, sa», chiede la donna con il cuscino, andandole sulla voce. «Ma lei che parla tanto, che ci azzecca col morto?»
«Mia cara signora, la informo che il mio vincolo con la cara salma era su una base fiduciaria al di là di qualsivoglia insinuazione!»
«In altre parole?»
«Prestanome. Ho intestate alcune proprietà del de cuius. Ma piuttosto lei, cara signora! Ecco, lei che prima sembrava tanto disperata e adesso scopriamo che non è nemmeno parente... ce lo dica lei, perché piangeva!»
«Perché mi pagano. Cinque euro l’ora. In nero. Intervengo ai funerali poco “partecipati”, diciamo... Sono tipo una ragazza-immagine dell’agenzia di pompe funebri».
«La escort funeraria! Bel lavoro...», commenta la ragazza più giovane cercando l’approvazione delle altre due.
«Non è il mio vero lavoro! Io sono ricercatrice al CNR»
«Poveretta... peggio mi sento», ironizza la donna con il velo.
«Manca solo tu, dunque», dice la badante rivolta alla ragazza più giovane.
«Io? Che c’entro io?»
«È sembrata sconvolta dalla scoperta che il trapassato è... presente», la accusa la figurante.
«Avanti. Ce lo dica. Saremo come tombe», esorta la donna col velo. «Perché è qui?»
«Io? No, io niente. Ho solo comprato la nuda proprietà dell’appartamentino del caro signore. Una decina di anni fa».
Dicendo questo, la ragazza arrossisce.
«Ah, be’. Se le cose stanno così, allora...» esclama la prestanome.
«È chiaro», conferma la badante ucraina.
«Non c’è altro da fare», rincara la prestanome.
«Sempre se anche signorina è d’accordo», aggiunge conciliante la straniera, rivolgendosi alla figurante con il cuscino sulle ginocchia.
«Ah, per me...»
«Si è mosso! Ancora!» esclama la ragazza balzando in piedi e facendo fare a tutte un balzo sulla sedia. La donna con il velo si precipita alla porta.
«Non c’è tempo da perdere, allora».
«Avanti, su. Coraggio». La badante avvolge con il braccio le spalle della ragazza e la conduce verso il catafalco.
La donna con il velo, nel frattempo, guarda fuori dalla porta socchiusa, per accertarsi che non ci sia nessuno. La figurante raggiunge le altre due prefiche, portando il cuscino di velluto che aveva sulle ginocchia e che reca la scritta: “CON NOI PER SEMPRE”.
Mentre l’Adagio di Albinoni - che in realtà è di Remo Giazotto - va in crescendo, gli occhi del caro estinto sembrano volersi aprire, proprio mentre le tre donne calano il cuscino sul suo volto.
Buio.





Ma che bello,👏👏👏