La protesta obbediente
Ovvero: perché i bravi bambini, alla fine, ricevono sempre la fetta di torta più piccola.
Nel suo saggio “Elogio della fuga” del 1974, Henri Laborit descrive un esperimento di laboratorio nel quale veniva inferta una piccola scarica elettrica alle zampe di un topino chiuso in una gabbia a due scomparti. Se la porticina che divideva i due ambienti era aperta e il topo poteva scappare, la stimolazione non provocava danni duraturi. Se invece non aveva alcuna via di fuga, dopo sette giorni soffriva di un’ipertensione arteriosa permanente.
L’aspetto più interessante di questo esperimento è che, se la cavia non era sola ma in compagnia di un altro esemplare e non c’era possibilità di fuga, lo stress della scarica elettrica veniva sfogato attraverso l’aggressività. Finché i due topini da laboratorio venivano messi in condizione di combattere fra di loro, nessuno dei due avrebbe poi presentato sintomi di ipertensione cronica.
Il meccanismo di attacco o fuga (fight or flight response) fa parte della fisiologia di ogni essere vivente e viene studiato da più di un secolo. Malgrado questo, si presenta come un enorme elefante rosa nei nostri salotti, completamente ignorato da stampa, politica e opinione pubblica, ogni volta che polizia e manifestanti si trovano a scontrarsi.
Più la repressione restringe le opzioni, più la violenza appare come unica via: lo scriveva il sociologo Charles Tilly nel 1978 ma secoli prima anche Machiavelli sosteneva le ragioni e, in qualche modo, la necessità del tumulto per ottenere leggi migliori.
Né si può chiamare in alcun modo con ragione una republica inordinata, dove siano tanti esempli di virtù; perché li buoni esempli nascano dalla buona educazione, la buona educazione, dalle buone leggi; e le buone leggi, da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano: perché, chi esaminerà bene il fine d’essi, non troverrà ch’egli abbiano partorito alcuno esilio o violenza in disfavore del commune bene, ma leggi e ordini in beneficio della publica libertà.
(Niccolò Machiavelli, “Discorsi sulla prima deca di Tito Livio”, 1531)
La semplificazione del discorso pubblico sulla violenza, il binomio riduzionista aggressore/aggredito, spinge fuori dalla scena le complesse ragioni storiche, sociali e politiche che sfociano nello scontro, sia nelle piazze che sui campi di battaglia.
La violenza non è mai giustificata, si dice in questi casi, a premessa di un discorso che, alla fine, metterà d’accordo tutti. Siamo un pese civile, noi, laico e democratico, mica come quegli altri! Ma appare anche del tutto evidente che, nell’ultimo quarto di secolo, l’Occidente abbia sviluppato meccanismi assai sofisticati per riuscire a tenere i popoli annichiliti sotto una minaccia costante e, allo stesso tempo, riesca a essere perfettamente in grado di gestire l’eventuale dissenso costringendolo negli spazi angusti di un confronto che, alla resa dei conti, risulti comunque accettabile per il potere.
Il mondo va in merda, la tensione aumenta, il diritto internazionale “vale fino a un certo punto”, ci avviamo verso la stagflazione, il potere d’acquisto dei salari è in caduta libera, all’emergenza economica succede quella climatica e poi quella sanitaria e quella energetica e quella bellica e i nostri diritti costituzionalmente sanciti si riducono progressivamente o vengono erogati solo a determinate condizioni e non c’è nessuna via di fuga, le nostre zampette continuano a ricevere scosse elettriche ma noi dobbiamo comportarci da bravi bambini altrimenti niente torta.
Al contrario, quando il confronto travalica i parametri accettabili stabiliti dal potere e diventa scontro irriducibile e inconciliabile, prima ancora che si trasformi in violenza scatta la repressione da parte delle autorità.
La si potrebbe chiamare, mutuando Laborit, la Strategia dell’Ipertensione.
La pressione è ai massimi ma non abbiamo più possibilità di ribellarci. Molti di noi, non sapendo in che modo reagire, si fingono morti. Come gli opossum. La nevrosi o, in alternativa, il nichilismo si sono impadroniti della nostra società. Qualcuno ci aveva avvertito, in tempi non sospetti.
La nostra società occidentale contemporanea, nonostante il progresso materiale, intellettuale e politico, è sempre meno capace di condurre alla sanità mentale, e tende a minare la sicurezza interiore, la felicità, la ragione, la capacità d’amore nell’individuo; tende a trasformarlo in un automa che paga il suo insuccesso di uomo con una sempre più grave infermità mentale, con la disperazione che si cela sotto la frenetica corsa al lavoro e al cosiddetto piacere... ma attenti a non ridurre l’igiene mentale alla semplice prevenzione dei sintomi. I sintomi, in quanto tali, sono per noi non nemici, ma amici; dov’è un sintomo, là è il conflitto, e conflitto significa sempre che le forze vitali lottano ancora per l’integrazione e per la felicità...
Molti di essi sono normali solo perché si sono adattati al nostro modo di esistenza, perché la loro voce di uomini è stata messa al silenzio in età così giovane che essi nemmeno lottano, né soffrono, né hanno i sintomi del nevrotico... Non sono normali, diciamo così, nel senso assoluto della parola; sono normali solamente in rapporto a una società perfettamente anormale. Il loro perfetto adattamento a quella società anormale è la misura della loro infermità mentale.
(Aldous Huxley, “Brave New World”, 1932)
Il rifiuto a priori della violenza - in quanto opzione mai percorribile, che colloca automaticamente chi la attua dalla parte del torto - rischia di delegittimare l’intera protesta, secondo la fallacia logica che l’aggressività squalifica le motivazioni alla base della mobilitazione. La violenza, però, non è un capriccio: è l’esito naturale di un conflitto politico che non trova altre vie di espressione. È una risposta fisiologica dell’organismo sociale, è l’indicatore di un sistema che non è riuscito a mediare efficacemente le istanze e le rivendicazioni espresse dalla popolazione. Non si può ricondurla all’obbedienza del limite nel quale lo stesso potere che essa contesta la costringe. Quando la tensione cresce, gli appelli dei benpensanti all’educazione, alla responsabilità, al senso civico assicurano soltanto una veste onorata al carnefice e consolidano la restaurazione dell’ordine costituito. Nulla potrà mai cambiare, in questo modo.
Scriveva Laborit: «affinché i gruppi sociali sopravvivano, cioè mantengano le strutture gerarchiche e le regole della dominanza, occorre che le motivazioni profonde di tutti gli atti umani vengano ignorate». Conoscerle, metterle sotto i riflettori, porterebbe inevitabilmente alla contestazione di quelle stesse strutture gerarchiche.
Siamo topini da laboratorio stimolati a scannarci tra di noi per riuscire a sopravvivere in gabbie sempre più anguste. Nessuno ascolterà le nostre grida d’aiuto. Che cosa possiamo fare?
Henri Laborit suggerisce una soluzione, l’unica percorribile.
«Essere una persona normale consiste, prima di tutto, nel riuscire a rimanere normali rispetto a sé stessi e non alla maggioranza, intesa come sistema sociale sottomesso a giudizi di valore finalizzati al controllo e alla dominanza funzionale. Occorre, per questo, riservarsi la possibilità di agire secondo le proprie pulsioni, coerentemente ai propri desideri. [...] Ma lo spazio in cui si compie questa azione è occupato anche dagli altri. Bisognerà evitare lo scontro perché da esso scaturirà necessariamente una scala gerarchica di dominanza che aliena il proprio desiderio al desiderio altrui. D’altra parte, sottomettersi vuol dire accettare, con la sottomissione, la patologia psicosomatica che deriva necessariamente dall’impossibilità di agire secondo le proprie pulsioni. Ribellarsi non è la soluzione: perché se la ribellione è attuata da un gruppo, viene chiamata rivoluzione e viene a ricostituire subito una scala gerarchica di sottomissione all’interno del gruppo stesso, mentre la ribellione solitaria - o devianza - porta rapidamente alla soppressione o all’alienazione del ribelle da parte della generalità anormale che si reputa, per meriti puramente quantitativi, detentrice della normalità. Non rimane che la fuga».
Ma se la porta è sbarrata, dove si potrà mai scappare?
Il grande filosofo del comportamento umano propone l’unico luogo dove il potere non ci potrà mai raggiungere: il mondo dell’immaginazione.
Il 19 dicembre dello stesso anno in cui “Elogio della fuga” veniva pubblicato in Francia, forse non a caso un’altissima guida spirituale proponeva ai suoi accoliti la stessa soluzione. Queste sono le sue esatte parole:
Quando Dio cacciò Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, dopo aver condannato l’intero genere umano alla fatica e al dolore fu colto dal dubbio di essere stato troppo severo e pensò di rimediare facendo agli uomini un dono. Egli disse: «Quando i giorni vi attenderanno l’uno dopo l’altro con il loro carico di fatica e di monotonia, quando umiliati dai potenti sarete costretti a servirli, ad imbandire le loro tavole cibandovi delle briciole che da esse cadranno, quando chinerete la testa nella pronta condiscendenza di chi può permettersi solo di assentire, quando vi percuoteranno e voi dovrete sorridere perché non potrete fare altro, ecco allora io vi manderò in soccorso l’Immaginazione».
È questo il vero potere dei popoli, un potere concreto. Sì, perché l’immaginazione non appartiene al mondo della fantasia, ha fini pratici. L’animale che trova sbarrata la strada che lo conduce al cibo, muore di fame se non immagina un percorso diverso. Gli uomini privi di immaginazione non potranno mai cambiare il mondo perché non sanno andare oltre la pochezza del loro essere. La fuga nell’immaginazione può spalancare scenari meravigliosi.
È giunto il momento di fare entrare in scena il protagonista di questa nostra storia: Seth Todd.
Seth è un attivista ventiquattrenne di Clackamas County (Oregon), un sobborgo di Portland. Il 2 Ottobre del 2025 è stato fotografato mentre affrontava la famigerata Immigration and Customs Enforcement (ICE) indossando un costume gonfiabile da rana comprato su Amazon per 30 dollari. Da quel momento, il suo esempio ha dato vita a un movimento di protesta che usa la violenza in maniera antifrastica. Si chiama Operation Inflation e ha fatto diventare la rana un simbolo globale di resistenza contro l’autoritarismo, la crudeltà e la paura. Gli attivisti di Portland hanno subito intuito che un potere così tronfio e violento andava combattuto sul piano dell’immaginario, del simbolismo. E hanno cominciato a distribuire gratuitamente, nelle manifestazioni più a rischio, centinaia di costumi gonfiabili di galline, unicorni, rane, polli e dinosauri, duecento solo nella seconda manifestazione “No Kings” del 18 ottobre 2025. “Balla e non aver paura” è il motto di Operation Inflation.
“Ecco che cosa succede quando persone comuni compiono azioni straordinarie. Non hai bisogno di permessi. Non hai bisogno di un’autorizzazione per la tua immaginazione. Devi solo esserci e lasciare che il mondo ti veda”. Hanno scritto questo sul loro sito Internet.
«Mentre l’ICE, la polizia e la Guardia Nazionale si mostrano sempre più violente - hanno detto gli attivisti a L’Espresso[1] - questi costumi surreali rivelano dov’è che inizia davvero la violenza, e cancellano la possibilità di fare leva sulla demonizzazione dei manifestanti e dei loro simboli».
È l’immaginazione al contropotere, si potrebbe dire parafrasando Marcuse: combattere l’assurdo con l’assurdo, smascherare il potere e la sua aggressività, renderlo ridicolo, costringerlo ad apparire per quello che è: un potere insicuro che non deve essere preso sul serio. Forse, un giorno, una risata lo seppellirà.
Che altro aggiungere, allora, se non: Viva la fuga!
[1] “Protesta irridente contro il Re Trump” di Leonardo Passeri, L’Espresso, 6 Nov. 2025 (https://lespresso.it/c/mondo/2025/11/5/proteste-trump-operation-inflation/57877)








Ecco perché io sono sempre alla ricerca di una porta da cui uscire, anche quando mi trovo bene (momentaneamente) in una situazione (anche lavorativa) cerco sempre un'alternativa, talvolta reale talvolta immaginata.
Per il momento non sembro soffrire di ipertensione ( magari solo un caso ).