La Grande Abbuffata
L’escalation verso la Terza Guerra Mondiale spiegata semplice
Una cena di classe, una rimpatriata. Amici che ormai non si riconoscono più.
Grande tavolata, tutti ostentano allegria e voglia di divertirsi, ciascuno vuol dare di sé un’immagine sgargiante, si gareggia a far gli splendidi e si ordina più del dovuto.
«Siamo tanti, scegliamo una bottiglia di vino che da soli non ci saremmo mai potuti permettere, tanto poi si divide!»
Una non basta, ce ne vogliono almeno due di rosso, una per ogni lato del tavolo. E a questo punto anche altre due di bianco, per non scontentare nessuno.
Qualcuno, imbarazzato, invita alla moderazione. Viene dileggiato.
Si ordina anche il rosé.
È solo l’inizio.
Il cameriere esperto approfitta della confusione e porta in tavola bottiglie di prosecco e vassoi di pesce crudo che nessuno ha ordinato, sicuro che tanto non saranno rimandati indietro. L’antipasto della casa è già stato spolverato, ne restano a testimonianza soltanto i gusci delle ostriche che, tra l’altro, nessuno ha apprezzato particolarmente ma già che c’erano...
Sta per arrivare il tris di primi e qualcuno è già lì che ordina il bis, con aggiunta di tartufo. Nero, per fortuna.
L’intimità tra il tipo seduto a capotavola (dai, come si chiama?) e il maître risulta a tutti piuttosto sospetta. Si dà arie da uomo di mondo, da habitué. Dispone delle comande senza leggere il menù, elargisce crediti fiduciari al direttore di sala il quale, come aveva già fatto per gli antipasti, si incarica di fare lui. I più gracili e meno attrezzati per questo genere di agape abbozzano timide proteste, che cadono nel vuoto.
«Lo prendete tutti il secondo?»
Nessuno si esime, a costo di star male, per non dover pagare, poi, qualcosa di cui non ha goduto. L’orgia gastronomica alimenta il conformismo e la frenesia alimentare. È il momento in cui le orche prendono il sopravvento su mammiferi meno opportunisti.
In un angolo, un commensale metà portoghese, vegano e astemio, inventa una scusa per andar via prima e pagare, in questo modo, solo ciò che ha effettivamente consumato. Uscirà tra fischi e pernacchie, con la minaccia di non essere più invitato.
Tutti ordinano il dolce, anche i diabetici. E alla fine arriva il conto.
Pur dividendo in parti uguali, è comunque una mazzata che sembra non aver alcun rapporto con la realtà delle cose. Pochissimi lo danno a vedere, facendo ricadere la colpa sul vegano che chissà se ha pagato il vino e il coperto.
Intimamente, però, ciascuno ora si domanda come sia stato possibile, come abbiamo fatto a non accorgerci che sarebbe andata a finire proprio così. Solo quando oramai è troppo tardi ci si chiede il perché sia stato lasciato accadere, si tirano i fili, si risalgono le trame. Solo adesso si pongono pubblicamente quelle domande a cui nessuno, tranne pochissimi, aveva voluto dare una risposta quando ancora si poteva fare qualcosa. Sono soprattutto i conformisti e i benpensanti quelli più basiti; chi ha gettato benzina sul fuoco si erge ora a martire incolpevole di una situazione fuori controllo. Coloro che hanno impedito ogni dibattito, dileggiando le voci critiche, insabbiando le informazioni, spacciando propaganda come distillato di pura verità, adesso chiedono a tutti un’assunzione di responsabilità, esortando alla coesione, auspicando impeti eroici e preconizzando sacrifici per tutti.
È la crisi. Restiamo uniti. Non è certo il momento della resa dei conti.
No. Io non ci sto.
Io sono tra quelli che lo aveva detto. Sono tra i pochi che aveva testimoniato, sono quello che veniva zittito, sono il reietto, l’apostata, il complottista, il guastafeste, l’uccello del malaugurio, il terrapiattista con il cappello di carta argentata, come voi mi avete descritto.
Io sono quello che vi aveva avvertito.
Ora, non chiedete il mio contribuito. Ho già dato. Questo conto non lo si paga alla romana.





Perfetto. Non lo si sarebbe potuto dire meglio.