Cominciò tutto con un piccolo focolaio giù in Africa ma quando i primi decessi, improvvisi e senza spiegazione, colpirono anche i mammut su al nord, non bisognava certo essere particolarmente evoluti per coltivare il sospetto che le cose fossero molto più serie di quello che potevano sembrare in un primo momento.
Certo, anche tra i procarioti c’era chi all’inizio aveva minimizzato.
«È solo un accidente passeggero, ne abbiamo superati di peggiori!», sostenevano gli smargiassi con supponenza.
«Chi si ricorda di quell’epidemia di dinosauri?»
Amebe e protozoi annuirono timidamente con i loro pseudopodi.
«Alla lunga, abbiamo imparato a conviverci e poi, a un certo punto, puf!, è passata».
Era vero e anche questa volta si pensò di regolarsi allo stesso modo, essendo in fondo tutti figli di Madre Natura, dal più mastodontico al più infinitesimale degli esseri viventi: tutti soggetti alla legge dell’entropia.
Col passare del tempo, però, le cose andarono sempre peggio. Sembrava quasi che questo nuovo flagello non facesse neanche parte del Pianeta Terra tanto appariva determinato nel colonizzarlo e distruggerlo. Che fosse arrivato dallo spazio a cavallo di un meteorite? O magari era stato fatto trapelare da un laboratorio segreto della Mezzaluna Fertile, strumento raffinatissimo di un complotto ordito da qualche intelligenza aliena?
Le ipotesi più strampalate si rincorrevano e si smentivano a vicenda, ridicolizzate dai benpensanti: «Seee! Allora la Terra è rotonda!»
L’origine del virus e il suo insolito comportamento era il tema più dibattuto intorno alle pozze d’acqua del Serengeti.
«In linea di principio», sosteneva uno degli eucarioti che si trovava più in alto nella catena alimentare, «qualsiasi forma di vita basata sul carbonio dovrebbe riuscire a sviluppare un naturale equilibrio con l’ambiente che la circonda, perché la sua sopravvivenza è intimamente connes...»
L’amigdala d’ossidiana che lo colpì giusto in mezzo agli occhi non consentì agli astanti di apprezzare fino in fondo il concetto - tra l’altro condivisibile - che il poveretto stava cercando di articolare.
Non ci volle molto agli scampati, tuttavia, per rendersi conto che quell’ipotesi prendeva spunto da premesse sbagliate: infatti, anche il più piccolo e remoto focolaio cresceva e si espandeva in pochissimo tempo a discapito dell’ecosistema, per esaurirsi in un punto e rispuntare in un altro con la stessa virulenza, con la medesima aggressività nei confronti del pianeta, delle sue risorse e di chi lo abitava. Se si trattava effettivamente di una forma di vita basata sul carbonio, allora o era asociale o aspirava decisamente all’egemonia. Gli uomini di Neanderthal furono i primi a farne le spese, per colpa di quella loro campagna di sensibilizzazione che aveva come slogan “Abbraccia un Sapiens!”.
Fu allora che si cominciò a parlare di pandemia.
Da dove era spuntata una creatura così feroce, sadica e masochista allo stesso tempo? Non poteva essere nulla di naturale: l’Universo rispondeva a regole completamente diverse.
«Deve aver fatto il salto di specie!», bisbigliavano i pangolini nelle orecchie accartocciate dei pipistrelli, accennando di sottecchi a un branco di bonobo giocherelloni.
Qualcuno, di contro, negava pervicacemente l’esistenza di questo virus, soprattutto chi viveva nella giungla più profonda o in qualche isola sperduta, perché nella sua esperienza non era mai esistito nulla di simile. Il tamtam delle notizie sempre più allarmanti, la cui eco raggiunse anche gli angoli più remoti del globo, ebbe presto ragione anche della loro ostinazione, distorcendo l’evidenza del loro parziale e limitato punto di vista.
«Il virus è nell’aria!», sosteneva chi aveva visto alcune anatre di passo precipitare trafitte.
«Il virus è nell’acqua!», assicurava chi era scampato al tranello di una lenza.
«Il virus è tra noi!», sbraitava fuori di sé chi si era improvvisamente ritrovato faccia a faccia con quella cosa, camuffata nel gregge sotto il vello strappato a una pecora.
Le statistiche, d’altronde, parlavano chiaro: +173% di morti classificate “con o per Homovirus”, soprattutto in alcune categorie più esposte e fragili, come i gallinacei da brodo, i suini adulti (in particolare quelli che presentavano co-morbilità e sovrappeso), bovini e ovini non più in grado di produrre latte e quasi tutti i tipi di pesci, celenterati e gasteropodi.
Una strage.
«Vedrete che colpirà presto anche i più giovani!», ammonì uno di quei galli che, con le sue predizioni infauste, si era conquistato una certa notorietà in tutti i pollai (cosa che non gli dispiaceva affatto).
Terrorizzati dalla rapida espansione della pandemia, che sembrava aver colto tutti di sorpresa, gli animali decisero dunque di affidarsi a un Comitato Tecnico-Scientifico per scongiurare l’Apocalisse. Vennero chiamati a farne parte soprattutto gatti, cani e tartarughe d’acqua, considerati i più esperti in quanto conoscevano bene l’Homovirus per averlo frequentato e studiato da vicino. Per altro, erano anche quelli che, tra tutti gli animali, avevano più da perdere nel caso in cui fossero effettivamente riusciti a debellarlo, poiché a quel punto si sarebbero dovuti trovare qualcun altro che li accudisse e procacciasse loro da mangiare. Chissà come, però, questo eclatante conflitto d’interessi passò del tutto inosservato.
Non sapendo bene che cosa fare, sulle prime il diktat fu di rinchiudersi tutti nelle proprie tane. Ma quanto poteva durare? Chi non sarebbe morto di fame rischiava di morire pazzo.
«E chi una tana non ce l’ha?», chiesero inascoltati gli elefanti, lamentandosi dei soliti provvedimenti presi a cazzo di cane.
Nel frattempo, da vari studi condotti in tutto il mondo si venne a scoprire che asini, muli, cammelli e cavalli da tiro erano portatori sani: in altre parole, venivano utilizzati come veicolo per la diffusione. Non avevano alcuna colpa, eppure gli altri animali cominciarono a emarginarli, a guardarli con sospetto.
A parte queste trascurabili eccezioni, il Regno Animale non era mai stato così unito e solidale di fronte al paventato pericolo di una possibile estinzione di massa e questo fatto nuovo generava quasi spontaneamente un certo cauto ottimismo sul futuro.
«Andrà tutto bene! Andrà tutto bene! Io resto in tana!»
La verità era che non ci si poteva azzardare a mettere il muso fuori che subito si veniva additati come untori, negazionisti, saprofiti. Il sospetto e la maldicenza cominciò a serpeggiare anche tra gli armenti più affiatati, tanto che per potersi distinguere dagli scherani del feroce nemico, aggressivo e fatale, tutti gli animali cominciarono a indossare pubblicamente una museruola, come simbolo di mansuetudine.
«Copritevi le zampe!»
«Mantenete le distanze! Anche le sardine!»
Dal Comitato Tecnico-Scientifico le indicazioni erano ogni giorno più contraddittorie.
«State al chiuso! State al chiuso!», continuavano a intimare.
Ma poi, un bel giorno: «Contrordine compagni: tutti all’aperto!», dal momento che si era compreso, con dati inconfutabili (come se non fosse bastato il semplice buon senso) che solo la fuga poteva lasciare qualche speranza di farla franca.
Il flagello, col passare del tempo, diventava più forte e sviluppava nuove varianti - l’Homovirus Sapiens, l’Homovirus Sapiens Sapiens, l’Homovirus Cyberneticus - sempre più letale e padrone del pianeta. Un rimedio per tenere lontano il subdolo parassita, per quanto sperimentale o succedaneo, pareva proprio che non ci fosse. O, per lo meno, tutti quelli che all’atto pratico davano l’idea di funzionare, come soffiare, digrignare i denti e mostrare le unghie, soprattutto nelle prime fasi del contatto, venivano sistematicamente screditati dal C.T.S.
Non restava che un’unica strada: la marchiatura.
Alcuni studi empirici condotti sul campo, infatti, avevano evidenziato che l’Homovirus si dimostrava meno letale nei confronti di quegli animali che accettavano di essere contrassegnati con una speciale punzonatura sulla pelle. Questo marchio sembrava garantire una più lunga aspettativa di vita, la possibilità di uscire, di lavorare, cibo e medicine gratuite, protezione dai predatori... per quanto tutto ciò comportasse, al tempo stesso, anche una consistente limitazione delle proprie libertà innate o acquisite.
«In fondo, si tratta solo di un piccolo sacrificio in confronto all’alternativa concreta dell’estinzione», sostenevano con convinzione cani e gatti, sfoggiando i loro luccicanti collari. «I benefici superano di gran lunga eventuali, per quanto trascurabili, effetti avversi!»
«Chi non si punzona si ammala, muore e fa morire!» proclamò il Re della Foresta.
Cominciò così la campagna di marchiatura di massa alla quale tutti gli animali, anche quelli un tempo più selvatici e indomiti che erano sopravvissuti all’estinzione della loro specie, come i panda, si assoggettarono di buon grado, accorrendo in mandrie, stormi e branchi, smistati in opportuni recinti, pur di scongiurare la morte e riconquistare almeno parte delle libertà perdute.
All’inizio vennero punzonati gli esemplari più anziani e alcune categorie socialmente utili, ma presto si arrivò anche ai cuccioli, marchiati prima ancora dello svezzamento e inquadrati in batterie e gabbioni dove sarebbero stati finalmente al sicuro, nutriti e accuditi per il resto della loro vita, forse non più lunga ma di sicuro più tranquilla, ora che il pericolo era scampato.
Solo alcuni piccoli esseri ripugnanti riuscirono a sottrarsi a questo rituale: erano scarafaggi, topi, blatte, ruzzolamerde e tutti quegli animali che già prima dello scoppio della pandemia erano stati posti ai margini della società perché poco presentabili o difficili da irreggimentare. Scettici e schivi per natura, nascosti nel buio dei loro cunicoli e protetti dalle loro resistenti corazze forgiate dal tempo e dalle avversità, eroici e impavidi nel loro pervicace orgoglio di reietti, non cambiarono di una virgola le loro abitudini, uscendo piuttosto di notte, evitando di muoversi in branco, rifiutando la museruola, consolidando il loro spirito gregario e organizzando segretamente la resistenza.
E quando finalmente anche l’Homovirus, diventato sempre più debole, devastato dalla contraddizione stessa della sua esistenza parassitaria, non avendo più nulla con cui nutrirsi, finalmente scomparve dalla faccia della Terra come qualsiasi altra pandemia, e prima di esso tutte le creature che gli si erano placidamente asservite, il pianeta tornò lentamente, rigogliosamente a essere il paradiso dei senzadio.




