Figli e figliastri.
La pastorizzazione dell’infanzia come strategia di conservazione della specie.
L’Italia è quel paese dove, tendenzialmente, siamo quasi tutti vecchi.
L’età media, da noi, supera i quarantacinque anni, il che spiega perché il Vaticano spedisca i preti pedofili fino in Australia. In Italia non si fanno abbastanza figli, lo sappiamo tutti. D’altronde, a quarantacinque anni pensi più a come farti la Porsche, non tua moglie.
Il dato più significativo è che il calo nella curva demografica sia iniziato proprio negli anni 1973-1974, periodo in cui in teoria si sarebbe dovuto scopare di più, in Italia.
La crisi energetica aveva imposto al nostro paese rigide misure di contenimento dei consumi. C’era l’Austerity. I benzinai erano chiusi, non si poteva andare a passeggio in macchina, niente gite fuori-porta, cinema, teatri e night-club osservavano il coprifuoco, si tornava a casa prima dal lavoro, le trasmissioni tv terminavano alle undici di sera, il riscaldamento centralizzato veniva tenuto al minimo e, in generale, l’illuminazione era soffusa un po’ dappertutto. In pochi ne hanno approfittato.
Il passatempo più economico e a basso impatto ambientale è diventato via via sempre meno popolare, nel nostro paese, al punto che oggi siamo ultimi in Europa per tasso di natalità. L’Istat ci dice che le nascite continuano a calare di circa il 2% ogni anno: ottomila neonati in meno rispetto all’anno precedente. È naturale che quei pochi bambini che nascono ce li teniamo stretti, li coccoliamo, li vezzeggiamo e li preserviamo da ogni pericolo, come facciamo con l’euprotto sardo al Bioparco di Roma.
Tutto si fa per il minore. Lo si vaccina entro il primo anno di vita contro la difterite, il tetano, la pertosse, la poliomielite, l’emofilo, il morbillo, la rosolia, la parotite, la varicella, la meningite, il rotavirus, lo pneumococco, già che ci siamo anche contro il coronavirus per proteggere i nonni e, nell’eventualità che sia un tipetto piuttosto precoce, pure contro l’epatite B che in teoria si contrae proprio con quell’atto sessuale che è diventato oramai così raro. Manca solo il vaccino contro la kryptonite.
Si dislocano i pargoli come uova di Fabergé in gusci ergonomici dotati di air-bag e cinture di sicurezza, li si porta in giro in carrozzine super-ammortizzate omologate fino ai 6 anni, li si mantiene idratati e protetti con schermi solari e creme emollienti che rispettano il PH fisiologico della loro pelle, li si nutre con pappette biodinamiche addizionate con la più ampia gamma di vitamine e integratori, si disinfetta con l’Amuchina ogni oggetto che debba entrare in contatto, anche accidentale, con le loro mucose e si proibisce loro un rapporto esplorativo e non mediato con il mondo circostante, brutto sporco e cattivo.
Come abbiamo visto recentemente, i servizi sociali sono sempre assai solleciti nei riguardi di quei genitori che non si dovessero dimostrare sufficientemente premurosi con la prole e provvederebbero senza indugio a privarli della patria potestà pur di garantire ai minori il loro sacrosanto diritto di socializzare... aprendo un profilo su TikTok.
Abbiamo pastorizzato un’intera generazione ma il rischio è che, in futuro, i nostri figli non saranno più in grado di produrre autonomamente quegli anticorpi necessari a sopravvivere in un mondo ostile, inadatto alla nostra specie, nel quale l’essere umano riesce a trovare un suo habitat solo adattandosi. Si sta andando, piuttosto, in direzione contraria: si vorrebbe sterilizzare l’intera natura, sulla base di quell’aporia di cui mi sono già occupato in questo post. E poi ci domandiamo perché non si scopi più?[1] Come diceva qualcuno: il sesso è una faccenda poco pulita, il piacere è passeggero e la posizione è ridicola.
Ma il vero paradosso, in tutta questa faccenda, è che gli aedi di questa deriva misofobica siano i migliori rappresentanti della mia generazione, quella generazione silenziosa e perduta che, non senza motivo, è stata raggruppata sotto il segno di un’incognita. Divenute mamme, le mie coetanee si sono trasformate quasi tutte in vestali di Pasteur e pochissimi tra i loro compagni, uomini brillanti e assai titolati, si sono domandati se fosse proprio il caso di inoculare sei agenti infettivi tutti insieme in un essere vivente che, al terzo mese di vita, non ha potuto ancora sviluppare un sistema immunitario efficiente. Se tuo figlio fosse un cucciolo di labrador, il veterinario sconsiglierebbe un trattamento così intensivo.
Eppure, chiunque appartenga alla nostra generazione si domanda come abbia fatto a sopravvivere all’adolescenza, dopo i disastri del Talidomide, la diossina di Seveso, la nube radioattiva di Černobyl’, DDT e amianto dappertutto (quest’ultimo era presente in campione anche nella scatola del Piccolo Chimico). Siamo tutti cresciuti per strada o in cortili di cemento, giocando su campetti d’asfalto e brecciolino dei quali portiamo ancora i segni sulle ginocchia. E siamo sopravvissuti.
Abbiamo sfidato congestioni bevendo cocacole gelate dopo partite di calcio interminabili nelle ore più calde della giornata. E non è successo niente.
Le nostre Mecap di gomma dura ci hanno regalato vesciche che sembravano mochi alla fragola. Le ricordiamo ancora con nostalgia.
Siamo scampati a calcinculo che oggi sarebbero illegali ovunque tranne che a Guantanamo, ci siamo ustionati il sedere su scivoli di acciaio arroventati dal sol dell’avvenire, abbiamo fabbricato bombe a mano riempiendo le bottigliette del succo di frutta con la polvere da sparo ricavata dallo svuotamento di un pacchetto intero di raudi. Giravamo armati di cerbottane e fionde caricate con breccole belle grosse, perché quelle piccole finivano negli occhi. E siamo ancora vivi.
Filavamo sulle nostre biciclette in mezzo al traffico, non esisteva neanche il concetto di “pista ciclabile”. Abbiamo respirato a pieni polmoni da tubi di scappamento alimentati a benzina a 87 ottani addizionata con piombo tetraetile. I nostri genitori fumavano sigarette pestilenziali come le MS, le Stop, le Alfa, o le Esportazioni con o senza filtro, anche a tavola, anche al cinema, anche in macchina, d’inverno, con i finestrini chiusi. Abbiamo assaggiato le formiche prima che l’entomo-gastronomia diventasse di moda. Ne siamo usciti più forti.
Andavamo tutti i giorni a scuola da soli, utilizzando imperscrutabili linee autoferrotranviarie prima ancora di avere l’età minima per vedere “Pierino contro tutti” al cinema. Unica raccomandazione: non accettare caramelle dagli sconosciuti. Questo ci ha resi indipendenti.
Eravamo irrintracciabili, non esistevano i cellulari, giravamo tutti con in tasca un gettone per telefonare da una cabina pubblica in caso di emergenza. L’importante era rientrare a casa prima del tramonto. Ed erano gli Anni di Piombo.
A Roma, dove sono cresciuto, rapine e gambizzazioni avvenivano ogni giorno. L’eroina circolava liberamente nelle strade, non era raro nei giardinetti imbattersi in qualcuno che si stava bucando. Se rimediavo qualche cento lire dal borsellino di nonna me le andavo a giocare a flipper nel bar di via Enrico Fermi che, ho scoperto dopo, era uno dei punti di ritrovo della Banda della Magliana. Le nostre mamme, però, andavano in ansia se uscivamo senza indossare la “canottiera della salute”. «Non correre», ci gridavano. «che sudi!». Non le abbiamo mai ascoltate, eppure siamo qui.
I più fortunati di noi, dopo qualche anno di questa vita brada, hanno ricevuto in dono un motorino che si metteva in moto pedalando e sul quale si andava spesso in due, senza casco, impennando sui rettilinei. Abbiamo imparato presto ad alesare carburatori, montare espansioni sulle marmitte, smontare limitatori. Ci siamo sfidati bruciando semafori rossi. Abbiamo girato l’Europa in autostop. Alla fine, in un modo o nell’altro, siamo sempre tornati a casa.
Il nostro docente di educazione sessuo-affettiva è stato Gabriel Pontello.
Venivamo da anni di amore libero e quando finalmente è stato il nostro turno, raggiunta la maggiore età e la tanto attesa maturità sessuale - eventi che nel mio caso sono stati concomitanti - neanche il tempo della prima lingua in bocca che un certo Rock Hudson a Beverly Hills muore di un acronimo letale. Già le prime scopate sono faccenda complicata e spesso insoddisfacente; lo sono state ancor di più da quando il rischio di donare una vita si è trasformato, da un giorno all’altro, in una minaccia di morte. Per la mia generazione e quelle successive la contraccezione si è sempre chiamata profilassi e il maggior carico di responsabilità è stato trasferito dalla donna all’uomo: decisamente il cinquanta percento meno affidabile del sodalizio.
Prima di quell’ottobre del 1985 si poteva scegliere tra un ampio ventaglio di precauzioni, dalla pillola anticoncezionale al diaframma alla spirale al metodo Ogino-Knaus al profilattico al coito interrotto. Tra queste, soltanto le ultime due intervengono in media res e sono proprio i due metodi che vedono protagonista il maschio: quell’essere insicuro e decisamente troppo emozionato, al quale è richiesto di espletare pratiche preliminari di cui lui non conosce utilità e bisogno, di mantenere in autonomia un’erezione accettabile ma di non cedere all’impellenza dell’orgasmo e in tutto questo, seppur in difetto di una terza mano supplementare, deve riuscire ad aprire la creazione demenziale di qualche sadico del packaging per estrarre con precauzione un budello vischioso da infilare proprio sul più bello senza romperlo e senza perdere la concentrazione. In pratica, è Giochi Senza Frontiere applicato al Kamasutra.
Comunque, troppo tardi: questa cosa dell’AIDS io l’ho scoperta due mesi dopo la mia “prima volta”, che si era celebrata senza molte precauzioni nel lettone che immagino fosse dei genitori di una tal Margarita, una mulatta conosciuta quella notte stessa in una discoteca di Benidorm, una specie di Bengodi sulla Costa del Sol, in Spagna. E non parlando ancora bene il castellano mi è sempre rimasto il dubbio che, mossa a compassione, fossi stato suo ospite solo per il giro inaugurale, mentre i successivi li avrei dovuti pagare. Così, la mia brevissima e poco memorabile Summer of Love si era trasformata in un incubo autunnale per la paura di essermi beccato l’orrido morbo grazie alla prima sgangherata scopata della mia vita con una giovane - ma generosa, bisogna dirlo, che sia benedetta - presunta prostituta catalana.
Sono sopravvissuto anche a questo, per fortuna. Altri non ce l’hanno fatta.
E ora che di AIDS non si muore più e il mondo ci sembra più ordinato e pulito, ora che è sottoposto a limiti di velocità e piani regolatori, ora che il casco e le cinture di sicurezza sono obbligatorie, che è vietato fumare dappertutto, che tutti sono tassati e irreggimentati, analizzati e registrati, pastorizzati e vaccinati, ora che ognuno di noi è provvisto di un indirizzo digitale e di documenti virtuali e di un chip sulla carta di credito e sul cellulare, tutti sorvegliati e sempre rintracciabili... non c’è più spazio per l’avventura, se non per quella che ti puoi comprare.
Su un ottovolante.
Al cinema.
In Internet.
Emozioni finte. Perché uno lo sa benissimo che quella ingenua ragazzina che si sta spogliando nella sua cameretta davanti alla web-cam, in realtà è una professionista. Che la carrozzella non deraglierà durante il giro della morte e che alla fine i dinosauri non mangeranno i bambini. Ma non esistendo più la possibilità che si verifichi una catastrofe vera, ci è preclusa anche ogni possibilità di salvezza vera.
Se non affrontiamo mai un vero rischio, non raggiungeremo mai la vera pace. Avremo sempre paura di tutto e saremo inadatti a vivere in un mondo che ci mette continuamente alla prova. Per il nostro bene.
[1] Si parla di Sex Recession. In Francia un rapporto del 2024 mostra che la frequenza dei rapporti sessuali negli ultimi vent’anni è diminuita per tutti i gruppi d’età, mentre secondo un’indagine del 2023 molte coppie stabili di under 35 in Italia hanno quasi rinunciato al sesso.






