Cesso.
Riflessioni sui bisogni dell'uomo.

Sono sdraiato sull’erba vicino a un ruscello, masticando foglie di coca per riprendermi da un’arrampicata di due ore. Di fronte a me, a guardia del Valle Sagrado de los Incas, si ergono le incredibili rovine di Písac suddivise sulle cime di tre montagne in quartiere artigiano, politico e religioso. Sulla mia destra, a metà di una parete di roccia, ci sono duecento buchi vuoti: sono tombe depredate dai Conquistadores. Per riuscire ad arrampicarsi fino a lassù devono aver scoperto anche loro le magiche proprietà della hoja de coca. Non si sopravvive a queste altitudini senza questo meraviglioso dono della natura, l’unico prodotto su cui i campesinos hanno ancora il controllo del prezzo. Con la scusa della lotta alla droga, però, il governo offre sostanziosi incentivi per convertire le coltivazioni di coca in caffè o cacao, il cui mercato è in mano alle multinazionali.
L’alcaloide sta facendo il suo effetto, compreso quello collaterale. Sono solo soletto, quassù, ma non faccio in tempo a tirarmi giù la zip dei jeans che, da dietro un cespuglio, compaiono due bambine piovute da chissà dove, con i loro improbabili costumi multicolore imposti quattrocentocinquanta anni fa dagli spagnoli per riconoscere le comunità già assoggettate all’Impero e alla Cristianità. Quando mi vedono, si arrestano di colpo. Sembrano spaventate. Sorrido e faccio ciao con la mano. Scoppiano a ridere, ma non si muovono. Non pensavo di potermi sentire in imbarazzo anche a questa altitudine. Le due bambine confabulano tra di loro e mi guardano e nascondono il viso e non si muovono. Devo andare in bagno. Le saluto a voce alta, continuando a sorridere. Funziona. Si avvicinano: la più grande davanti, a proteggere la più piccina. Sono molto carine e molto sporche. Si fermano a un paio di metri da me, continuando a guardarmi con quattro occhioni grandi grandi e neri. Ancora cinque minuti di imbarazzo. Poi la più grande prende l’iniziativa: «Vuoi canzone?»
Il suo spagnolo è peggiore del mio. Accetto con entusiasmo.
La canzone è bellissima, in quechua, la lingua degli Incas. La cantano tutta, fino in fondo, divagando con gli occhi sulle cime dei monti per vincere la timidezza. Poi mi offrono un quarto della loro arancia. Ricambio con due banane e una mela. La più grande mette il ricavato del concerto nel suo fagotto, mi sorride e se ne va, trascinando per mano la più piccina.
Sono Alice nel Paese delle Meraviglie!
Mi metto a cercare un cespuglio che mi garantisca una certa intimità, non si sa mai, quando mi sento chiamare dall’alto. Sono loro. Ma come ci sono arrivate lassù così in fretta? Mi fanno segno di raggiungerle. È un’ammazzata. Ancora qualche foglia di coca e comincio ad arrampicarmi. Devo essere particolarmente goffo, perché le due piccole indios si spanciano dalle risate. Dall’alto, mi indicano a gesti il sentiero più facile per un turista, non necessariamente il più breve, spostandosi da uno sperone di roccia all’altro per non perdersi lo spettacolo e incitarmi a proseguire. Quando arrivo in cima, sono scomparse. Di fronte a me, campi di mais a strapiombo sulla valle e un villaggio di tre case di fango messe in croce.
Il Paese delle Meraviglie sembra non avere servizi igienici.
Quando viaggi per il mondo capisci finalmente quanto il cesso, in Occidente, sia una facility che diamo troppo per scontata. Intendo dire: uno di quei bei cessi che ti ci puoi sedere sopra, magari anche a leggere, con l’assicella pulita e ben fissata sui supporti. Quasi sempre i WC che trovi in giro si riducono a poco più di un buco nel pavimento, con la doccia sopra e un secchio di plastica colorato vicino a un rubinetto, in basso, in un angolo. Trovare un gabinetto non dico che si avvicini agli standard igienici e tecnologici del Giappone ma che almeno aspiri alla scarna essenzialità di un loo britannico o di una più elegante, ma assai più claustrofobica toilettes (maschile, plurale) francese, è forse il cimento per il quale, quando si è in viaggio a certe latitudini, valga maggiormente la pena investire impegno, tempo e denaro: perché potrebbe essere proprio quel gabinetto il luogo dove si rischia di passare gran parte delle proprie giornate, o almeno le ore più intense.
Per questo motivo ho cominciato a considerare quanto il progresso, in fatto di water, sia in fondo rimasto alla corda rispetto ai nuovi orizzonti della domotica. Oggi tutto si può comandare attraverso pannelli elettronici che controllano l’apertura delle tende, la temperatura del climatizzatore, l’irrigazione dei fiori sul balcone, l’accensione temporizzata e da remoto del forno a microonde, la visione di un film in pay-per-view. Al contrario, la funzionalità dinamica della tazza del cesso è rimasta più o meno sempre la stessa, negli ultimi cento anni. Nessuno che abbia pensato d’inventare un “criowater” che ti congeli la fatta al contatto con l’acqua per limitare i cattivi odori che l’accompagnano; o un aspiratore anale a gravità zero, per evitare aderenze poco igieniche con le candide superfici della ceramica. Allora non è vero che il bisogno aguzza l’ingegno! L’unico vero sforzo l’Umanità lo ha fatto dal punto di vista semantico, per trovare parole sempre nuove che dissimulino eufemisticamente la funzione ultima del cesso. Il massimo dell’ipocrisia credo l’abbiano raggiunto gli ispanici, che chiamano il water el inodoro.
Il filosofo sloveno Slavoj Žižek si è detto sorpreso, durante un congresso di Architettura che si tenne nel 2011 a Pamplona, di quanto il water assuma forme differenti a seconda del paese in cui ti trovi e che, in tanti secoli di sviluppo architettonico, non si sia riusciti ad arrivare a una sintesi (vale anche per le prese di corrente, Slavoj). La sua analisi disvela un approccio ideologico perfino nella concezione strutturale del luogo dove uno meno si aspetterebbe di trovare un’ideologia. Žižek lo definisce “il paradosso del cesso”. Il filosofo osserva e ci fa notare che nei water francesi il buco dello scarico sta nella parte retrostante, mentre il modello più usato nelle vecchie case tedesche ha il buco davanti; il water inglese, invece, è pieno d’acqua per metà. In Francia, dunque, i tuoi escrementi spariscono immediatamente. In Germania restano lì in bella mostra finché non tiri lo sciacquone. In Inghilterra e nei paesi anglosassoni galleggiano. Di conseguenza, i francesi preferiscono non vedere quello che hanno combinato; gli inglesi lasciano galleggiare gli escrementi per un po’, stanno lì a guardare se vanno su, se vanno giù; infine ai tedeschi piace esaminare la loro merda, ogni mattina, scrutarla, annusarla in cerca di eventuali malattie: l’origine dell’ermeneutica.
Žižek ipotizza che questi tre approcci così diversi nei confronti del comune prodotto di scarto del benessere economico e sociale sia da ricercare nelle teorie politiche che hanno dominato durante il tardo XVIII secolo nelle nazioni che hanno trainato la Rivoluzione Industriale e, di conseguenza, quel progresso civile e umano che ci consente, oggi, di avere il water in casa. In Francia ha prevalso lo spirito rivoluzionario e progressista, il superamento degli errori passati; l’Inghilterra è più moderata e liberale mentre la Germania è conservatrice e ha uno spirito più poetico e metafisico. Da qui, la chiave interpretativa del paradosso di Žižek: i francesi sono rivoluzionari: quando vanno in bagno la loro merda finisce direttamente nel buco di scarico, come con la ghigliottina, liquidano rapidamente ciò che non è più utile; gli anglosassoni, invece, sono pragmatici e liberali: lasciano che le cose facciano il loro corso, sono più razionali, meno impulsivi; i tedeschi, infine, hanno un approccio più filosofico e contemplativo: osservano e riflettono...
A questa teoria vorrei aggiungere il contributo dell’Italia dove, già dalla fine del XVIII secolo, prevaleva lo spirito omertoso e menefreghista di un popolo abituato a delegare alla Mafia e alla Chiesa. Infatti - e sono sicuro che qui Žižek mi darebbe ragione - l’italiano è uno dei pochi popoli al mondo che usa il bidet. Dopo il fattaccio, si affretta a cancellare le prove.




Svegliarsi una mattina, e dopo aver espletato i bisogni dell'uomo, trovare questa dotta riflessione che parte dalle Ande (dove ho ruminato anch'io le foglie per sopravvivere anche all'emicrania che simili altitudini scatena), per finire nel cesso, è di certo uno dei modi migliori di iniziare la settimana. Comunque, quel gran genio di Žižek, ne sa una più del diavolo, non c'è campo in cui non abbia seminato perle!