C'ero una volta.
Elogio funebre dei cari estinti (come me).
L’Italia è quel paese dove, tendenzialmente, ci facciamo un po’ tutti i cavoli nostri.
È quel paese dove ancora riecheggia il “Me ne frego!”, nelle varianti del “Me ne fotto”, “Ma chi ti conosce!?” e “Seee, lallero!”
In questo paese assai peculiare, portato storicamente al più sfrenato individualismo, l’unità nazionale la si raggiunge soltanto quando ci scappa il morto. Ma non un morto qualsiasi. Ci vuole il morto pesante, la celebrità che mette d’accordo tutti: il vate che prima nessuno si era mai filato, il cantautore malato da tempo, il vecchio regista ormai rincoglionito, a volte anche un filosofo può servire allo scopo, purché sia apparso un paio di volte da Fabio Fazio e che il suo nome sia facile da pronunciare per chi non parla le lingue (per questo motivo, generalmente i filosofi tedeschi sono da escludere).
Solo pochissimi tra coloro che si dolgono per la prematura dipartita e il vuoto incolmabile lasciato nel mondo della cultura conoscono effettivamente l’opera di cotanto defunto. Qualcuno, forse, avrà visto per sbaglio un film una volta di notte su Rai Tre, e manco tutto. «Ma sì, dai! È quello de... coso, come s’intitola? Il film con coso, dai! Quello che ha pure vinto er Coso d’Oro!».
Assai meno sono quelli che hanno letto un suo libro, ma il fatto stesso che all’immensa produzione intellettuale del de cuius si possa a questo punto mettere la parola fine, predispone l’italiano medio a poter pensare con ottimismo “Dai, da domani me rimetto in paro”, un obiettivo finalmente alla sua portata, cosa che tra l’altro giustificherebbe l’improvvisa impennata di vendite di titoli ormai quasi fuori catalogo e il successo di pubblico delle maratone messe in onda perfino dalle reti commerciali o programmate dai pochi cineclub ancora aperti.
La dipartita dello stimato intellettuale, sempre inopportuna malgrado l’età o il suo stato di salute, nel nostro paese viene dunque salutata con un coro unanime di cordoglio e nutrita partecipazione di popolo alla camera ardente, possibilmente in Campidoglio. In simili circostanze, che la si conosca o meno, ci si stringe tutti intorno alla vedova e si ricompongono le antiche rivalità con la cara salma.
Ogni polemica viene dimenticata. L’Italia è in lutto. Restiamo uniti.
In alternativa, nel caso non fosse a disposizione un trapassato di vaglia, il nostro paese si dimostra quanto mai unito di fronte alla strage o alla tragedia epocale, purché sufficientemente distante dai nostri confini nazionali.
Dopo il massacro nella redazione di “Charlie Hebdo” eravamo tutti francesi.
Dopo la strage al mercatino di Natale di Berlino eravamo tutti tedeschi.
Dopo l’attentato al Bataclàn eravamo di nuovo tutti francesi.
Ma torniamo subito italiani quando si tratta di finanziare la cultura e tutelare i precari dello spettacolo.
Vi è, infine, un terzo caso in cui l’Italia riscopre il senso della solidarietà nazionale e per farlo si accontenta anche di un povero cristo, purché la circostanza della sua dipartita - possibilmente spettacolare, violenta o, ancor meglio, autoinflitta - spinga il Governo a fare una legge che prima non c’era. O che forse c’era ma non veniva applicata.
In un paese come il nostro, che non si tira certo indietro se c’è da legiferare, quale migliore occasione di fare un decreto d’urgenza che dia nuovo impulso all’applicazione di una legge precedente, rimasta chissà come inapplicata? Da quel momento, il morto che fino ad allora era un anonimo poraccio, diventa improvvisamente famosissimo, diventa uno di noi, uno che in fondo poteva esserti parente, che se ci pensi bene forse veniva pure a scuola tua ma in un’altra sezione, di sicuro ci hai giocato una volta a calcetto insieme, e grazie a questa popolarità postuma sarà per sempre ricordato con la legge bipartisan che, d’ora in avanti, porterà il suo nome. E che probabilmente si dovrà aspettare un altro morto per vederla, a sua volta, applicata.
In ogni caso, appena il poraccio ottiene la ribalta delle prime pagine dei quotidiani, subito i nostri profili Facebook e Instagram e TikTok, come un sol popolo, si riempiranno della sua foto, accompagnata da citazioni trovate su Frasicelebri.it, spesso male attribuite o inventate di sana pianta.
Chi non si vuole sbattere troppo nella ricerca, se la cava con un sempre efficace “Uno di noi” da abbinare al nome del poraccio.
I più fantasiosi opteranno invece per la locuzione “È andato a insegnare (professione del poraccio) agli angeli”.
“È andato a insegnare a suonare la tromba agli angeli”, se faceva il trombettista.
“È andato a insegnare a fare i saltimbocca agli angeli”, se era cuoco in una trattoria romana.
“È andato a insegnare come si compila il modulo per il reddito di cittadinanza agli angeli”, nel caso fosse stato un disoccupato.
Ma l’epitaffio che ultimamente va per la maggiore, forse perché fa molto intellettuale laico e di sinistra - al punto che l’ha usato pure il Commissario Montalbano per dare l’estremo saluto a Camilleri - è una locuzione in origine latina che, tradotta letteralmente, è diventata: “Che la terra ti sia lieve”.
Un’immagine, se ci si ferma su a riflettere, degna del primo Romero.
Con questo estremo saluto, in buona sostanza, l’amico augura che la terra che andrà a ricoprire la bara non opprima eccessivamente il defunto il quale però, essendo appunto defunto, in linea teorica non dovrebbe accorgersene. A meno che l’amico non sia preoccupato che, la notte dei morti viventi, tutti gli altri defunti riescano a uscire dalle proprie tombe tranne il suo amico, incapace di riemergere in superficie a causa del peso eccessivo della terra con cui lo hanno ricoperto.
Tra i tanti commiati, questo è davvero il più bizzarro. Tanto più che viene spesso utilizzato a prescindere che il povero cristo abbia chiesto in realtà di essere cremato - in questo caso gli si dovrebbe augurare che l’urna gli sia larga? -, oppure che sia scomparso tra i flutti in un tragico naufragio, nella cui eventualità sarebbe stato forse più indicato “che il mare ti sia lieve”, o ancor meglio “che l’acqua ti sia liscia o leggermente”, come è oramai uso invalso tra i camerieri.
In un modo o nell’altro, il non partecipare a quest’orgia di dolore e di commossa, plateale partecipazione, viene guardato dagli altri con sospetto.
«Che fai, nun piagni?»
Sì, piango, ma in privato.
«Di’ la verità: te stava sul cazzo...»
No, veramente: è una cosa mia. Lo conoscevo pure, ma non mi va di dire a tutti quello che provo. Manco lo so bene che cosa provo...
«E dai, pubblica qualcosa, no? Almeno metti un like, santoddio!»
Ma se io neanche ci sto, sui social.
«Ah, lo vedi che sei una merda!?»
Così, gli esclusi dal social party del cordoglio popolare si ritrovano soli, dimenticati, tagliati fuori da tutto e da tutti, e vorrebbero tanto poter dire anche loro una parola di conforto ma, non sapendo dove indirizzarla, provano a buttarla giù sui loro portatili inutilmente connessi a Internet, sperando in questo modo di far vivere ancora per un attimo l’amico che non c’è più.
Senza pensare che, in fondo, anche loro sono scomparsi da tempo e nessuno se n’è accorto.





Asperrimo il finale.
Ma quel social party è il Gran Ballo di Satana, vi partecipano i veri morti viventi. Meglio esserne esclusi e canzonare tutti con delle carezze
Quello che me fa morì più di tutti (si fa per dire) infingardo e insuperabile è “te ne sei voluto anna’ da solo”