Amara delusione
Un’appassionata allegoria sulla decadenza del gusto e il sovvertimento dei fatti.
Sono tornato a Marino, uno dei pittoreschi borghi sui Castelli Romani. Vi mancavo da qualche anno.
Nei pressi della casa che oramai non abito quasi più, ogni primavera riapre una piccola gelateria artigianale che vanta una tradizione risalente al lontano 1925: l’anno della nascita della televisione, l’anno del Nobel a George Bernard Shaw, l’anno dell’introduzione del saluto romano obbligatorio. Forse anche l’anno dell’invenzione della doppia panna. Un anno controverso.
Tra le specialità di questa storica bottega ho avuto modo di scoprire e apprezzare l’Amara Passione, una crema alla perversione con pezzetti di voluttà che ha rappresentato sovente il mio unico conforto nella provinciale e alienante canicola marinese, in alternativa calorica ponderata al panino con la porchetta. Ho approfittato del mio ritorno, quindi, per rinfocolare il ricordo di questa specialità e recarla in dono la sera stessa a una cena alla quale ero stato invitato, confidando che nella decennale e indomita immobilità della contrada marinese nulla fosse cambiato, nemmeno nella pasticceria fredda da passeggio.
Entrando nella gelateria sono stato subito rincuorato dal fatto che essa si presentasse esattamente come la ricordavo, con la commessa pingue e occhialuta dietro la cassa ricavata in una specie di cunicolo foderato di mattoni a vista, dirimpetto all’ingresso e, sul lato destro, il lungo bancone refrigerato con i pozzetti contenenti i differenti gusti di gelato, celati da tondi coperchi tutti uguali. Vi era, come sempre, un ampio assortimento di sapori, ma non eccessivo al punto da mettere in imbarazzo l’avventore; inoltre, la ligia suddivisione tra sorbetti e creme dimezzava a priori il ventaglio di possibilità, incoraggiando una scelta di campo netta, dirimente, pari soltanto alla celebre dicotomia presepe/albero che da sempre polarizza l’italianità tutta, come teorizzato dal De Crescenzo.
Non potendo essere rassicurato a colpo d’occhio riguardo l’effettiva disponibilità dell’agognata leccornia, auspicabilmente celata nella gola profonda tappata e ammutolita del banco refrigerato, mi sono affrettato a compulsare, non senza apprensione e strabuzzamenti, la tavola optometrica sulla quale un giovane grafico dalla scarsa dimestichezza nell’utilizzo dei font aveva elencato i vari gusti di gelato.
Ed eccola lì, tra lo zabaione e il caramello salato: “Amara Passione”, democraticamente inclusa nella lista, senza particolari fronzoli, come una stracciatella qualunque. A quella scoperta il mio cuore ha esultato, non lo nascondo, e già pregustavo la doppia gratificazione dell’assaporare nuovamente quella prelibatezza mentre i commensali commossi si sarebbero sdilinquiti in ringraziamenti per il privilegio di essere stati resi partecipi di quella epifania gastronomica.
Restava purtroppo ancora l’alea che, nella desolazione agostana inasprita da disagi ferroviari, devastanti nubifragi, misteriosi blackout dei server e lavori perennemente in corso sulle autostrade, un improvvido ritardo nella fornitura di qualche ingrediente fondamentale avesse reso momentaneamente indisponibile quella specialità così rara che, in tanti anni di golosità militante, pur cercandola con pervicacia non avevo mai rinvenuta in nessun altra gelateria, né in Italia né all’estero.
La rubiconda cassiera giunse provvidenzialmente in mio soccorso.
«Dica?» con la a finale un po’ strascicata.
«Avete l’Amara Passione?»
«Certo. Non manca mai».
«Fantastico! Allora me ne faccia una vaschetta da un chilo».
«Tutta Amara Passione?»
«Sì, non esiste nient’altro al mondo!», esclamai con enfasi forse eccessiva.
La ragazza sorrise nel vedere i miei occhi colmi di ingordigia e, con gesti rapidi e precisi, spalancò il pozzetto nel quale lei, e soltanto lei, sapeva dov’era stata celata quella crema libidinosa (il secondo partendo da sinistra della fila più vicina al vetro divisorio, ma non ditelo in giro). Affondò fino al gomito il braccio destro nel buco refrigerato e cominciò a rimestare con la paletta mentre, nell’altra mano, teneva a bocca spalancata il bianco parallelepipedo di polistirolo, quello più grande.
Alla prima spalettata qualcosa di imprevisto e sgradevole catturò la mia attenzione. La vaschetta si era tinta di un viola sbiadito. Sarebbe dovuto essere marrone scuro. “Amara Passione”, lo dice il nome stesso, è gelato al cioccolato fondente generosamente arricchito con amarene candite nel loro sciroppo. Ton sur ton. La seconda spalettata mi colpì con un senso di nausea e delusione, e mi diede la conferma che quella non era, non poteva essere, Amara Passione ma esattamente l’opposto: un banale e stucchevole gelato all’amarena con sparute scaglie di cioccolato.
«Ehm... scusi?»
«Dica». Sempre quella a strascicata.
«Quella... è l’Amara Passione?»
«Lei che cosa mi aveva chiesto?»
La gelataia cominciava già a innervosirsi, com’è peculiare del carattere spigoloso e reattivo dei marinesi.
«Io, veramente, me la ricordavo diversa», dissi con malcelato disappunto.
«Diversa come?»
«Gelato al cioccolato fondente con le amarene intere sopra».
«No, è sempre stata gelato d’amarena con scaglie di cioccolato», tagliò corto la ragazza.
«Guardi, lo escludo. A me il gelato all’amarena fa schifo!»
Cominciavo a innervosirmi anche io, com’è peculiare del carattere di un cliente affezionato che si sente preso per il culo, a qualsiasi latitudine.
«Che devo fare, allora?»
Un po’ scocciata, la gelataia aveva interrotto il suo solerte farcire e ora mi fissava con la paletta alzata e la vaschetta mezza piena, come a chiedermi con gli occhi se fossi favorevole o contrario all’aborto. Dietro le mie spalle percepivo gli spilli appuntiti lanciati da diverse paia di occhi con persone al seguito, in attesa del loro turno.
«Mi sembra strano. Che sia stata sempre così, intendo».
«Sempre!»
Mi presi un istante per ponderare l’entità di quell’avverbio di tempo indefinito. Si poteva senza dubbio scartare l’ipotesi che la ancor giovane commessa fosse assunta in bottega fin dal 1925; d’altra parte, i capisaldi della mia certezza risalivano solo all’inizio del nuovo millennio, quando cominciai a frequentare Marino, vi comprai una piccola casetta di pietra ed ebbi modo di scoprire, dopo qualche tempo, la gelateria artigianale e le sue specialità (anche lo zuccotto non era male). Era pur vero il fatto che oramai faceva quasi una decina d’anni che vi tornavo solo sporadicamente, ma ogni volta che ne avevo avuto la possibilità non ho mai mancato di far visita all’antica gelateria e avevo la sensazione di aver già visto quella stessa ragazza dietro al bancone, anche se queste pingui gelataie marinesi - bisogna dirlo - si assomigliano un po’ tutte. Mi potevo sbagliare sul suo conto, dunque, ma di certo non sull’Amara Passione. Conservavo nitida la memoria fotografica di come quel gelato così ricco e cremoso sporcasse copiosamente di marrone i bordi della vaschetta di polistirolo, tanto che dovevo ripulirla ogni volta con la pezzetta umida prima di riporla in freezer. La base dell’Amara Passione era senza alcun dubbio costituita di pastoso cioccolato fondente, non di melensa e artificiale amarena: era un dato incontrovertibile e questa certezza assoluta ridimensionava di parecchio l’arco temporale di quell’improvvido avverbio.
«Sempre...», minimizzai. «Lei da quanto tempo lavora in questa gelateria?»
La ragazza eluse la mia domanda.
«Senta: ci sono persone che aspettano. Lo vuole questo gelato o no?»
«Va bene», concessi. «Proviamo questa specie di Amara Passione».
Mi proibivo per principio di giudicare, prima di aver assaggiato. Le certezze incrollabili precludono spesso esperienze imprevedibili. Di sicuro “gelato all’amarena con scaglie di cioccolato” era cosa diversa da “gelato al cioccolato con amarene intere”, su questo non ci pioveva, ma alla fine poteva comunque rivelarsi un dessert gustoso se il mastro gelataio era stato capace, in quel vertiginoso capinculo, di mantenere la stessa proporzione tra amaro e dolce.
La giovane commessa riempì generosamente la vaschetta di polistirolo con quell’eretico succedaneo violaceo sperando forse inconsciamente, com’è purtroppo consuetudine in questo tardo medioevo del gusto, di compensare la qualità con la quantità. Se quella caricatura di Amara Passione si fosse poi dimostrata inadeguata alle mie aspettative, oltre a fare una pessima figura con i commensali mi sarei così ritrovato sul groppone un chilo di rifiuto organico pericoloso, da smaltire in qualche modo, plausibilmente nella tazza del cesso dei mei ospiti.
La gelataia richiuse il bianco sarcofago isotermico dopo averlo pesato, nettò i bordi, lo ingentilì con una allegra fascetta adesiva e lo ripose, insieme a una generosa razione di cialdine, - che coda di paglia! - in un sacchetto di carta con i colori blu e bianchi dell’insegna.
«Sono sicura che le piacerà», cercò di blandirmi porgendomi il POS. «In fondo, che cosa cambia?»
Eh no, ciccia, cambia tutto!, pensai. Ma non ebbi il coraggio di affrontare un certamen teologico sull’irreversibilità dell’ordine cosmico con una gelataia marinese. Non con tutti quei locals dietro alle mie spalle, pronti a darle manforte per puro sciovinismo. Ero pur sempre uno di fuori, che ne potevo sapere?
Eppure sapevo. In cuor mio già sapevo. Sapevo che l’universo tende all’entropia e questo progressivo incasinamento della materia non risparmia niente e nessuno. E se ciò che è imperfetto e primordiale ha un’opportunità di miglioramento nel continuo divenire, allo stesso modo tutto ciò che ha raggiunto il suo punto più alto di completezza non può far altro che decadere. È nella natura delle cose. Non mi si venga a dire che «è sempre stato così»!
Con questa triste consapevolezza mi avviai già rassegnato alla cena che avrebbe sancito la definitiva scomparsa di un’altra cosa “buona come una volta”, della quale un numero sempre più esiguo di persone, tra cui il sottoscritto, si sarebbe incaricata di custodire il ricordo, con la speranza che questo mondo impazzito, proiettato troppo velocemente verso il futuro, trovi prima o poi il modo di immagazzinare nei suoi grandi server nascosti da qualche parte sotto le calotte artiche anche la memoria sensoriale, non solo quella virtuale che serve a minare criptovalute o istruire l’intelligenza artificiale. Abbiamo già perso molto: la consistenza della pasta gialla e burrosa dei cornetti glassati della mia infanzia, il sapore carnoso della mozzarella di bufala ancora calda mangiata in piedi al caseificio, il profumo che a stento riesco a rievocare di certe drogherie dove mia nonna acquistava caramelle sfuse al rabarbaro o alla violetta.
No, non è stato sempre così, bella mia! Non esiste solo questo presente sovraesteso. E cambiando l’ordine degli addendi, a volte il risultato cambia. Perché l’aritmetica può funzionare con gli algoritmi, non con le emozioni. E come glielo spieghi a una giovane commessa che puntella la sua esistenza precaria con le poche certezze che la sua limitata esperienza di vita le permette di avere? L’Amara Passione, per esempio: che da quando lavora nell’antica bottega di Marino è sempre stata, a sua memoria, gelato all’amarena con scaglie di cioccolato. Non può sospettare che forse l’esorbitante costo delle amarene sciroppate abbia spinto i titolari della gelateria, in un giorno per lei remoto tra il mio ultimo cono e la sua prima coppetta, a un improvvido rimescolamento della ricetta, vai a sapere... L’aver lasciato il nome immutato è per lei prova di assoluta continuità, di solida tradizione; invece in uno Stato di Diritto dovrebbe configurare a mio parere il reato di frode in commercio o contraffazione alimentare: dai sei mesi ai due anni di reclusione. Ma viviamo in tempi di relativismo ontologico, nel quale l’essere umano, ritenendosi ormai divino, forgia la realtà attraverso il Verbo e poi si convince del suo stesso inganno.
È l’etichetta che fa fede, non più il contenuto. Basta chiamare le vecchie cose in un modo nuovo (selfie per autoscatto, influencer per marchettaro, resilienza per sottomissione), o le cose nuove col nome vecchio (democrazia rappresentativa, sinistra progressista, vaccino immunizzante) per creare l’illusione che il mondo stia andando nella giusta direzione. E che sia sempre stato così. La realtà, invece, è che ci vogliamo convincere di gustare l’Amara Passione, quando è diventata solo uno stucchevole gelato all’amarena con qualche scaglia di cioccolato.
(se te lo stai ancora chiedendo, sì: il gelato era una merda)





In effetti me lo stavo chiedendo pur essendo consapevole della risposta
Poesia