Adama + Evo
L'amore ai tempi della Cool Era.
In quei primi giorni dell’anno 100 dopo la nascita del Grande Manager la pallida luce di Saturno mandava insoliti barbagli sul Nuovo Sistema Solare. Qualcosa stava per succedere. O era già successo.
Erano le prime ore del mattino di un sudato inverno australe, giorno di visite al Sanatorio Termale della Costellazione della Vergine. Evo e Adama si beavano dolcemente nel tepore dei due soli sulla spiaggia battuta dall’Oceano Tre, accoccolati a beffeggiar gli ultravioletti nelle loro vibro-sdraio di vimini termo-isolante. Curavano così la lombaggine ed i piccoli acciacchi senili che la Somma Scienza o la Pace dei Sensi non erano ancora riusciti a scacciare per sempre.
I loro sedici nipotini, intanto, se la spassavano davanti ai loro occhi sul bagnasciuga, nel caleidoscopico carnevale dei loro costumini d’amianto. Sedici piccole pesti, tra i quattro e i dodici anni, intenti a giocare con i sentimenti degli altri e gli ideali dello scorso millennio, cianfrusaglie che di solito i genitori passavano ai figli prima di gettarle tra i rifiuti. Bastava così poco per renderli felici, quei sedici marmocchi nati dalla stessa provetta, la Provetta di Famiglia, come ordinava il D.M. interstellare 1714/bis del 5001 p.G.M.
Anche i nove figli di Evo e Adama erano il frutto di quella prima provetta, per scelta quella volta, e non per ingiunzione. Una scelta maturata dalla comune responsabilità verso il proprio patrimonio genetico, che ormai era diluito come un buon vino nel bicchiere di un astemio. La Provetta di Famiglia, il vuoto a rendere del loro amore, era stato riempito di passioni sintetiche e speranze a buon fine sul futuro della loro specie. Rimaneva ben poco di quel carattere forte e determinato che era uno dei requisiti richiesti per essere ammessi alle selezioni della Squadra di Ripopolamento del Nuovo Sistema Solare.
A questo ed altro ancora pensava Evo, mentre i suoi nipotini giocavano sulla battigia. Quel giorno era un giorno speciale. Per tutti.
«Te lo ricordi», disse a un tratto Evo ad Adama, «il nostro primo bacio?»
Adama si destò a fatica dal suo torpore.
«È passato così tanto tempo, vero?»
Gli occhi blu timidezza di Evo, rischiarati da un sentimento strano per quella Galassia (che i giovani non conoscevano e forse non avrebbero mai conosciuto) guizzarono a incrociare gli occhi di sua moglie, distratti, a sorvegliare i nipotini. L’aveva messa in imbarazzo un’altra volta.
«Perché dici questo?» chiese Adama con finto stupore, senza guardarlo.
«È il nostro anniversario, tesoro», rispose Evo.
I ricordi affiorarono in ordine sparso dal subconscio della donna, come se avesse letto d’un fiato la sceneggiatura della sua vita cambiandone il montaggio.
«Perché dici questo?» ribadì Adama spaventata da quei pensieri.
«Strano amore il nostro...», continuò Evo, «così antico e mai consumato».
Era passato, in effetti, molto più tempo di quello che realmente avevano vissuto. Un salto nel vuoto: trent’anni luce trascorsi in ibernazione nel loro primo ed ultimo viaggio insieme verso la loro nuova casa.
«Perché dici questo?» replicò Adama.
Cominciava a ripetersi, la vecchina. L’arteriosclerosi se la mangiava.
«Il primo bacio, insperato, insospettato». Evo stava dando il massimo. «E poi il secondo, forse un po’ scontato. E mai più ripetuto.»
Sapeva dove voleva arrivare. Erano anni che aspettava il momento giusto. Erano anni che aspettava quel momento. Una lunga attesa, una vita d’attesa. Quanto avrebbe potuto resistere ancora? La sua coerenza segnava il passo all’incedere del tempo. Continuò.
«E quella notte, così vicini, eppure così lontani, a nutrirci del reciproco desiderio: un gioco che era già cominciato da qualche tempo e che nessuno dei due ha mai osato interrompere.»
Evo raggiungeva vette di eccelso lirismo quando voleva, quando sapeva cosa volere.
«Fino ad oggi...» aggiunse poi tra sé.
Silenzio.
«Perché dici così?» osò Adama in un inaspettato afflato di creatività, dopo una breve pausa di riflessione. Non avevano mai affrontato quegli argomenti dal giorno della Promessa, il patto che li avrebbe legati per sempre alle regole della loro esistenza su quel pianeta sconosciuto e un tempo ostile. Le condizioni erano dure, ma loro stessi le avevano dettate, con l’esperienza, con l’affiatamento, per costringere il loro desiderio a seguire la strada che avevano deciso di percorrere insieme.
Non c’era stato spazio per i ripensamenti, almeno non fino a quel momento. L’intesa era perfetta. Chi avesse tradito la Promessa avrebbe causato il fallimento del loro rapporto, la sconfitta e la resa incondizionata su tutta la linea: la perdita della propria individualità, il declino del sentimento che li univa, la rottura del delicato equilibrio di forze che aveva permesso di tenere acceso il sacro fuoco della reciproca curiosità.
In quel momento entrambi ignoravano quello che ora nella mente di Evo appariva così chiaro e lampante: un gioco così sottile e spietato raggiunge sempre l’epilogo e deve finire con la vittoria dell’uno sull’altro, o del Fato su tutti. È nell’ordine che regola ogni più piccola particella dell’Universo: l’entropia. Tutto doveva finire per poter ricominciare (ecco un’altra cosa che avrebbe dovuto dire ai suoi nipotini).
Evo si fece forza. Doveva farlo. Chiuse gli occhi. Il sangue stanco riprese a scorrere con ritrovata energia, affluì al cervello e riempì d’un tratto tutti i corpi cavernosi che riuscì a trovare sgombri dai sedimenti della vecchiaia. Ebbe così la meglio sui ripensamenti residui e sulle incertezze che accompagnano sempre le grandi decisioni ed i grandi gesti.
Nessun rimorso.
Evo mandò giù un bel sorso di adrenalina. Era pronto a cogliere il frutto che un’entità molto meno trascendente, ma sicuramente più vendicativa, gli aveva proibito, mortificando il suo istinto più terreno perfino lassù, nel Nuovo Sistema Solare, sulla Terra Promessa ai migliori tra gli umani.
Si guardò attorno. L’orda scoppiettante dei nipotini ruzzolava a distanza, incurante di tutto ciò che avesse un senso intorno a sé. Bene. Uno dei due soli era già alto. Il gatto importato, unico testimone, lo fissava pronto a scappare dalla imprevedibilità degli eventi. Che istinto! Aveva intuito tutto, lui.
«Il momento è adesso», disse Evo. «Riesci a comprendere perché ti dico questo?»
Non attese risposta, era stanco di attendere, e si accontentò dello sguardo di Adama, stupito, agrodolce. Quello stesso sguardo che quel giorno, in quel giardino lontano, lo aveva convinto ad infrangere per la prima volta le regole ferree dell’Ordine Costituito. Nel Caos avrebbe poi ritrovato un barlume di speranza per ricominciare una nuova vita. Ma ora era di nuovo giunto il momento di rompere l’eterno equilibrio e stabilire nuove regole, che qualcuno un giorno avrebbe di nuovo infranto.
Le slacciò il prendisole e guardò per la seconda volta nella sua vita il corpo tornito di Adama, sorpreso di riconoscerlo ancora, per quello che gli sembrava di ricordare. Provò le stesse emozioni, una dopo l’altra. Nulla era cambiato. L’Ordine si sarebbe potuto sovvertire in ogni momento. Si rammaricava soltanto di non averlo fatto prima.
Fecero l’amore per la prima volta su quella spiaggia del Sanatorio Termale della Costellazione della Vergine.
«Ti amo», sussurrò Evo scivolando lentamente nel deliquio.
«Perché dici questo?» mugolò Adama.
Già, che bisogno c’era di dirlo?




